Archivi tag: urbanistica

Roma Olimpica. La Raggi ha sbagliato a dire no alle olimpiadi, ma la colpa non è solo sua

Parigi è la città che ospiterà le Olimpiadi del 2024, 100 anni dopo l’edizione precedente. In questa foto (tratta da Il Corriere della Sera) c’è lo Stato (il presidente Macron), Il Comune (la sindaca Hidalgo) e il Comitato Olimpico responsabile del Dossier (Estanguet). Una foto d’insieme, testimonianza di un gioco di squadra, in cui ognuno ha svolto il proprio compito. La Città ha scelto la legacy “il lascito” delle Olimpiadi, ha individuato il luogo del Villaggio Olimpico e ha messo il progetto Olimpiadi dentro a una strategia urbana. Il Governo si è fatto sentire quando serviva per garantire “giochi sicuri” e ha contribuito a costruire un dossier vincente e lo ha garantito economicamente, il comitato olimpico ha fatto diventare la costruzione del Dossier un evento per il sistema sportivo e anche per i parigini coinvolgendo le scuole e la società nella formazione e promozione.
 
Quando Roma era città candidata lo Stato non c’era, aveva delegato tutto al CONI e il comitato che doveva costruire il Dossier pretendeva di decidere la “Legacy” per la città. Forse, come ha scritto qualcuno, il contrasto sul “Dossier Olimpiadi” non fu estraneo a quanto avvenne solo pochi giorni dopo l’invio della lettera di candidatura: la decadenza del sindaco Marino.
 
Le responsabilità della mancata candidatura di Roma sono certamente della Raggi perché non ha dato seguito alla lettera di candidatura firmata dal sindaco Marino e perché non ha avuto il coraggio di intestarsi il Dossier facendo valere il ruolo della Città, ha preferito rinunciare in diretta sky citando, in modo fuorviante, i dati di uno studio sui costi delle olimpiadi.
 
Se Roma ha perso una opportunità di usare un evento e non di farsi usare la colpa non è solo della sindaca. Le olimpiadi a servizio della Città e non la città a servizio delle Olimpiadi degli interessi di pochi, si potevano fare, si è deciso di no.

La resilienza urbana, il caso di Roma

La resilienza è una proprietà che si applica a organismi e sistemi di organismi, vitali. Vitali nel senso che hanno una loro intelligenza interna data dall’esplicarsi delle relazioni e interazioni tra tutte le sue diverse parti. All’evenienza di uno shock o di uno stress il sistema di relazioni e di interrelazioni può determinarsi in una forma nuova che assicura però lo stesso livello di servizio, le stesse prestazioni, precedenti allo stress e allo schock. Non si tratta quindi di un semplice adattamento ma di una risposta dell’intero sistema, ogni parte per quanto le compete e per quanto è rimasta integra, affidata alla sensibilità del singolo individuo/settore in modo da costruire una risposta che risulti, a livello di sistema, adeguata alle prestazioni richieste.

La vulnerabilità dei sistemi urbani è emersa in alcuni episodi rilevanti e mediaticamente significativi che hanno posto le premesse per la resilienza delle città. La New York dell’11 settembre, la città di New Orleans devastata dall’uragano Kathrina e ancora l’uragano Sandee che ha interessato l’area urbana nord orientale. Il rischio a cui sono sottoposte le nostre società hanno trovato nel collasso delle strutture fisiche e nella compressione dello spazio vitale la manifestazione più evidente della vulnerabilità dei corpi e proposto, per altro verso, la necessità non più rinviabile di predisporre meccanismi di adattamento in grado di ripristinare condizioni di equilibrio ottimali. La domanda di fondo è il ritorno “alla normalità”. Per dare seguito a questa domanda le politiche pubbliche hanno assunto un orizzonte olistico, specialistico, ma non più settoriale, dove il ritorno alle condizioni di normalità lo si può ottenere tanto più quanto si conoscono e si governano i meccanismi di interazione delle cosiddette infrastrutture critiche dalle quali dipende la funzionalità complessiva del sistema urbano. Nella prospettiva della resilienza urbana, la centralità del dibattito urbanistico sulla città esistente si sposa perfettamente. Parliamo di resilienza urbana, di città resilienti, perché consideriamo che il territorio attuale dell’urbanistica è quello della città esistente, il territorio già abitato. E il territorio è tutto abitato, non ci sono linee rosse e muri che cingono la grande città (alcune volte anche intorno alle medie città) che sappiano ancora separare città e campagna. In molti casi anche quella che ci appare campagna è invece diventata metropoli (almeno negli usi) senza mai essere stata città.

Le città possono essere il motore dello sviluppo del paese, lo sono state certamente in passato quando hanno accompagnato la transizione dall’economia agricola a quella industriale. Oggi possono tornare a esserlo se diventano il punto di applicazione di una “diversa” crescita e di un “diverso” modello di sviluppo. C’è crescita e sviluppo se intercettiamo i bisogni delle persone, se mettiamo al centro risposte per migliorare la vita delle persone. Per avere sviluppo oggi bisogna coniugare la sostenibilità ambientale con quella sociale ed economica. Vuol dire produrre beni che non solo risultano sostenibili economicamente nel bilancio tra costi e ricavi e nella quota di “beni pubblici” che promettono di realizzare, ma soprattutto nella sostenibilità di lungo periodo che assuma anche i costi futuri a carico della collettività e l’incidenza che questi possono avere nel produrre aggravi per il bilancio pubblico che se non valutati possono risultare insostenibili. Diversamente si perpetua un modello, come quello odierno, paradossale, di “scambi ineguali”: le città sono il luogo principale dove si estrae ricchezza ma registrano un progressivo impoverimento, soprattutto dei suoi abitanti: le risorse pubbliche sono sempre più scarse e i servizi sempre più carenti.

Una diversa prospettiva di sviluppo fa leva sulla creazione di valore attraverso la ricapitalizzazione del capitale fisico della città e intercetta il patrimonio di immobili già esistenti, usa, rendendole a volte anche più efficienti, le infrastrutture urbane di cui la città è già dotata, ed è in grado proprio per questo di produrre plusvalori da utilizzare per realizzare i servizi reali per la città e la cittadinanza. Le maggiori concentrazioni di funzioni, di densità (di alloggi, non necessariamente di volumi), costituiscono la “forma” con cui la ricapitalizzazione del patrimonio immobiliare esistente si può presentare ma non sono necessariamente le uniche condizioni in termini di spazio e di funzioni. La trasformazione urbana deve riferirsi necessariamente al complesso di azioni e di interventi che si generano a partire dalla valorizzazione immobiliare ma che si estendono fino a comprendere la dotazione dei servizi, la produzione di beni pubblici e di beni privati economicamente accessibili (agli strati sociali impoveriti) ma soprattutto comprende la migliore qualità della vita espressa come possibilità di potersi “liberare”, e quindi di poter fare a meno, di alcuni feticci della modernità come il doversi spostare, anche quando si compiono piccoli tragitti urbani, in automobile. Il riferimento si estende quindi alla crescita intesa come emancipazione degli stili di vita: più tempo libero, migliore accesso alla cultura, al volontariato, maggiore partecipazione alla vita sociale della città e quindi alla costruzione della propria cittadinanza. In questa prospettiva la trasformazione urbana si propone quindi di essere valutata nei suoi esiti, e di essere quindi proposta, perché capace di produrre un senso più ampio e pieno di “abitabilità” che può essere descritto come l’esito di un diverso rapporto tra l’abitare individuale, privato, e l’abitare collettivo, pubblico.

La seconda condizione riguarda l’assunzione della fine del paradigma della crescita urbana intesa come espansione fisica della città e l’affermazione invece della trasformazione del/nel già costruito: la prospettiva è di ri-abitare la città abitata. L’espansione delle città, sempre più sconfinate, e la mobilità alimentata a idrocarburi sono due caratteri del Novecento da cui ci dovremo necessariamente allontanare. Due “forze” hanno, in prevalenza, dato “forma” alla città soprattutto nel secondo dopoguerra: la rendita fondiaria, quella che si conseguiva facendo diventare edificabili i terreni agricoli, e l’automobile per muoversi in città, l’illusione della libertà individuale. Due forze che oggi è necessario rivedere e su cui ormai da diversi anni molte città europee si sono impegnate. E’ questo il terreno attorno al quale si sta ridefinendo, dentro a quella che globalmente viene definita l’Urban Age, la nuova prospettiva della città europea che resta ancora un riferimento nei recenti processi di urbanizzazione. Le città italiane sono considerate tra le espressioni più alte della civiltà urbana europea. Ciò di cui si parla oggi quando si evoca il ruolo delle città, ha sullo sfondo una questione di grande rilevanza: l’evoluzione della città europea, di quella che era nata attorno alla produzione industriale e che con l’espansione del dopoguerra diede “spazio” al modello di welfare continentale. Adesso, dinanzi al territorio urbanizzato nel corso degli ultimi sessant’anni, fatto di frammenti, di interstizi, di immobili inutilizzati, di tutto quello che in molti casi ci appare come uno spreco, è necessario ri-immaginarla in una nuova consistenza. Sarà per lo più un processo di contrazione e di densificazione a dover essere governato e in cui forme di metabolizzazione e rigenerazione del costruito definiranno nuove forme di “naturalità urbana”. E’ in questo scenario che la resilienza opera e trova senso.

Non è quindi bizzarro se l’assumere questa prospettiva, quella di una “naturalità urbana” e di sistematizzare l’agire dentro a una prospettiva resiliente richieda una ri-concettualizzazione olistica del concreto urbano e faccia emergere, anche per questo, una prospettiva della complessità su base socio-ecologica. L’esplicitazione delle interazioni complesse che la “natura urbana” nasconde ci apre una prospettiva dell’agire che non è più solo di tipo adattivo, come è la definizione principale della resilienza, ma ci apre una prospettiva tipica dell’agire trasformativo:  inserire tensioni e vettori di cambiamento che possono essere tutt’altro che adattivi o gravati dalla zavorra dell’esistente. Naturalità urbana e resilienza intesa come vettore trasformativo considerate assieme costruiscono la prospettiva del metabolismo urbano inteso come l’insieme dei sistemi e delle loro componenti ecologiche, sociali e  tecnologiche che presiedono alla produzione, circolazione, consumo e deiezione delle risorse che i contesti urbani e metropolitani contengono e nascondono. In questo quadro dobbiamo quindi considerare la resilienza urbana come una prospettiva più potente della sola capacità adattiva per divenire un vero e proprio percorso di un agire consapevole delle interazioni di un sistema complesso, delle sue capacità di reagire ma anche della sue tensioni al cambiamento, all’evoluzione e alla riscrittura progressiva della sua definizione, comprese le strutture che ne costituiscono i suoi valori di fondo.

La prospettiva operativa di Roma Resiliente. Cambiamenti, quelli sopra evocati, che in una città come Roma sono recenti, anzi recentissimi, e hanno avuto un’accelerazione spazio temporale incredibile. Il territorio che abitiamo è stato costruito per lo più negli ultimi sessant’anni, Roma dal 1958 a oggi ha triplicato l’estensione del territorio urbanizzato, si è costruito due volte il territorio che era urbanizzato al 1958. Roma nel 1870 aveva poco meno di 100 mila abitanti, nel 1447, anno in cui si insediò Papa Niccolo V, che avvio la costruzione di quella che poi divenne la Roma Rinascimentale, aveva circa 50 mila abitanti. Per 400 anni la città è rimasta poco più che un borgo papalino ma fu patria dei più potenti movimenti artistici e culturali che rivoluzionarono il continente europeo. Diventata Capitale, nel 1870, Roma superò in poco meno di 100 anni i quasi 3 milioni di abitanti e ora, a quasi 150 anni dalla breccia di Porta Pia, ha più o meno 2,9 milioni di abitanti, su un territorio che è molto più vasto del Campo Marzio… Una città territorio che si estende su un’area di almeno 50 chilometri per 50 chilometri, 2500 kmq, il doppio del territorio comunale che è di circa 1290 kmq. Una popolazione stabile ma una crescente dis-articolazione delle famiglie, dal 1971 al 2011 sono aumentate del 50%, erano circa 800 mila, ora sono quasi 1,2 milioni. Nel tempo si è stratificata una forte differenziazione sociale ed economica tra le zone centrali, quelle consolidate e poi ancora con le frange più esterne, quelle oltre il Gra.

La partecipazione al programma delle 100 Resilient Cities della Rockfeller Foundation avviene a seguito della aggiudicazione del bando emesso nel novembre del 2013 e aggiudicato nel dicembre dello stesso anno. Nella prima fase furono 33 le città selezionate nel mondo e tra queste Roma. Non è secondario il modello del bando e del lavoro che la Rockfeller ha costruito per questa iniziativa, una vera e propria piattaforma metodologico-cognitiva di sostegno, accompagnamento e di orientamento che si affidava allo scambio di pratiche e di conoscenze tra le diverse città della rete. Un metodo di lavoro progressivo, di accumulazione di conoscenze, una modalità di lavoro iterativo e di messa a punto di un approccio olistico alla complessità. L’organizzazione del lavoro prevedeva tre fasi di cui la formulazione del rapporto preliminare della resilienza pubblicato nel gennaio del 2016 ha concluso la seconda fase (il programma si è interrotto con il Commissariamento). Nella prima fase si è definito il percorso e si sono svolti i seminari e gli incontri preliminari, allo scopo di definire i punti di forza e di debolezza della città. La costruzione di un gruppo di lavoro trans-disciplinare con la partecipazione dei diversi dipartimenti dell’amministrazione capitolina, ma anche delle sue società -di per sé già un successo per un’amministrazione ignara di modalità di lavoro integrato- è stato il primo passo che ha consentito di avviare un processo di consultazione e di ingaggiare nel lavoro circa trecento attori urbani che ha portato alla condivisione dello scenario di partenza con l’evidenza dei punti di forza e di debolezza sistemici della città e dei principali fattori di rischio. L’immagine seguente riporta lo scenario sul framework di riferimento definito dalla Rockfeller foundation e utilizzato dalla rete delle 100 città resilienti.

La valutazione preliminare di resilienza si è conclusa con l’individuazione di cinque aree prioritarie che costituiscono gli ambiti di azione per la fase successiva che auspicabilmente l’amministrazione capitolina dovrebbe proseguire. “Territori e connessioni”, “persone e capacità”, “risorse e metabolismi urbani”, “sistemi, patrimonio e reti”, “governance, partecipazione e cultura civica”. Per ognuno sono descritti i soggetti da coinvolgere, le reti da attivare con gli altri partner e soprattutto vengono formulate le domande che possono aiutare la costruzione delle azioni da individuare in modo specifico e operativo.

Qui di seguito la scheda relativa all’ambito  “territori e connessioni”, con lo schema di azione e di lavoro per la messa a punto delle azioni e degli interventi con l’individuazione dei soggetti capofila.

Fare rete fra i dipartimenti di Roma Capitale, produrre conoscenza sui trend e sulle tendenze per orientare le azioni e le risposte può diventare, in prospettiva, il modello organizzativo e funzionale della macchina amministrativa che è ancora radicata nella cultura del Novecento e per molti aspetti ormai corrotta e compromessa nelle sue stesse finalità e obiettivi, in alcuni casi ormai del tutto smarriti. Roma prossima sarà resiliente se la sua struttura organizzativa, la sua articolazione amministrativa e la costruzione delle decisioni produrrà una forte innovazione di metodo e di procedure. Roma resiliente si doveva quindi misurare con azioni specifiche e progetti pilota in grado di rendere evidente e fattiva la connessione dei cicli interni al sistema urbano, dai rifiuti, all’acqua, ma anche alla capacità di risposta dei cittadini. Roma resiliente spostava l’attenzione dal piano alla sequenza delle azioni correlate e ai soggetti coinvolti per produrre una trasformazione

Roma resiliente quindi era un tassello di una strategia urbana complessiva sulla trasformazione della città che sposava la condizione di lavorare con la città esistente ma si proiettava nella riscrittura della visione di Roma al 2025, non quindi un progetto a sé stante, per quanto innovativo e di frontiera e dentro una rete internazionale, ma un percorso integrato dentro alla visione urbana della Roma Prossima, quella al 2025. La resilienza urbana era l’occasione per modificare in profondità il modo di governare la trasformazione urbana nelle sue molteplici dimensioni. In questo senso essa non è un nuovo Piano ma una proposta organizzativa di una struttura complessa finalizzata a governare l’insieme degli aspetti che presiedono al sistema urbano.

Bibliografia essenziale
Caudo, Giovanni, “Roma Prossima”, in AA.VV. Roma 2025, nuovi cicli di vita della metropoli, Quodlibet, Macerata, 2015
Coppola, Alessandro, “Roma Resiliente”, Italiani Europei, (in fase di stampa)
Coppola, Alessandro, “Da Roma Resiliente quattro idee per una città più a misura di Clima”,
http://www.glistatigenerali.com/clima_roma/da-roma-resiliente-qualche-idea-per-una-citta-piu-a-misura-di-clima/
D’Albergo, Ernesto e Moini, Giulio, “Il regime dell’urbe”, Carocci, Roma, 2015
Tocci, Walter, “Non si piange su una città coloniale. Note sulla politica romana”, GoWare, Roma
Documenti assessorato alla trasformazione urbana di Roma Capitale, “Roma Prossima, due anni di scelte urbanistiche, come cambia Roma.”, 6 agosto 2015

Sitografia:
http://www.100resilientcities.org
http://www.urbanistica.comune.roma.it/roma-resiliente.html

Radio Radicale

Presentazione del libro “Verso la realizzazione delle microcittà di Roma” a cura di Marco Pietrolucci (editore Skira)

Promosso dal Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi Roma Tre e dall’Unione Provinciale di Roma di Confedilizia.

Registrazione video del dibattito dal titolo “Presentazione del libro Verso la realizzazione delle microcittà di Roma a cura di Marco Pietrolucci (editore Skira)”, registrato a Roma venerdì 24 marzo 2017 alle 17:46.

Dibattito organizzato da Confedilizia e Università degli Studi di Roma Tre.

Sono intervenuti: Walter Tocci (senatore, Partito Democratico), Giovanni Caudo (professore associato presso il Dip. di Architettura dell’Università degli Studi Roma Tre), Marco Pietrolucci (architetto e urbanista), Francesco Purini (professore), Daniel Modigliani (architetto e urbanista), Giorgio Spaziani Testa (presidente di Confedilizia).

Tra gli argomenti discussi: Amministrazione, Architettura, Aree Metropolitane, Comuni, Confedilizia, Demografia, Economia, Edilizia, Infrastrutture, Integrazione, Libro, Politica, Roma, Società, Trasporti, Urbanistica.

La registrazione video di questo dibatto ha una durata di 2 ore e 10 minuti.

Il contenuto è disponibile anche nella sola versione audio.