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Ancora sulla ex Fiera

Intervengo ancora in questa vicenda non perché mi interessa difendere a ogni costo quello che ho fatto, so benissimo che l’attuale amministrazione ha altri orientamenti e cancellerà ogni cosa, lo ha anticipato, scritto e detto in ogni modo.

Mi interessa salvaguardare un interesse superiore, quello di come si costruiscono le scelte urbanistiche in una città come Roma, oggi. Quale visione di città si persegue. Con quale complessità ci si confronta e quali sono i criteri di qualità che si pensa di perseguire.

Mi domando se il solo dato quantitativo o una riduzione a prescindere delle cubature (su un’area per altro di proprietà di una società partecipata dal Comune e dalla Regione), debba costituire il criterio unico di riferimento. Per alcuni fissare un indice di edificabilità basso vuol dire già assicurarsi qualità e vivibilità, secondo me invece non è detto e non è scontato. Così come una maggiore densità edilizia non significa necessariamente una minore qualità o vivibilità dell’intervento.
La densità di abitanti del quartiere de La Garbatella è decisamente superiore a quella di un quartiere come Corviale, eppure nessuno ha molti dubbi sulla qualità dell’uno o dell’altro quartiere, e questo perché altri fattori qualitativi entrano in gioco con le scelte progettuali.

Come si fa allora a ridurre alla banalizzazione della quantità e degli indici, purché siano bassi, il discorso sulla trasformazione della città?
Non è forse questo uno dei motivi della devastazione del territorio di Roma, tanti interventi a bassissima densità? Non è questa impostazione, voluta nel tempo da assessori e tecnici e ben accolta dai proprietari dei terreni, che ha portato ad avere quartieri con una densità così bassa che nessuna metropolitana, neanche di superficie, potrà mai rincorrerli? A Londra o a Parigi il dibattito è proprio su questo tema, come assicurare interventi ad alta densità e contemporaneamente la qualità urbana e la vivibilità. E i loro parametri sono ben più alti di quelli di cui qui si discetta. Siamo sicuri che a Roma non dovremo ragionare anche noi su questo?

Quando si vuole fare rigenerazione urbana, trasformare la città esistente, come nel caso dell’area della ex fiera, si deve ancora lavorare con gli strumenti dell’urbanistica parametrica, quella dell’espansione e del consumo di suolo? Ancora solo e soltanto con le quantità e con gli indici? O piuttosto questi sono strumenti ormai obsoleti che appartengono all’Urbanistica del Novecento? Non è il momento di entrare nel XXI secolo anche a Roma?

La questione centrale è che non si dovrebbero fare scelte improntate alla demagogia banalizzando questioni complesse di qualità urbana che sono dirimenti oggi e per il futuro della nostra città. Per questo nella trasformazione della ex fiera la questione del dimensionamento l’avevamo fondata sulla sostenibilità degli spazi pubblici e il carico urbanistico che se ne ricavava era quello coerente con la quantità di attrezzature che si realizzavano. Da qui in poi il ragionamento non poteva che entrare nel merito del progetto e per questo la trasformazione l’abbiamo vincolata al concorso di architettura per la redazione di un master plan unitario. Un concorso basato sulle linee guida costruite insieme agli abitanti in modo che il progetto si facesse carico di una risposta qualitativa alle reali esigenze poste da chi abita e vive la città intorno.

Dalle dichiarazioni dell’assessore Berdini si capisce invece che farà quello che chiedeva l’ex presidente Catarci e proporrà una riduzione dell’edificazione a 44.360 mq, la superficie edificata esistente, l’equivalente della superficie dei capannoni della ex fiera oggi. Perché questo dato dovrebbe essere garanzia di una maggiore qualità dell’intervento?

Ha tutto il potere e la possibilità di farlo. Non è questo il punto. Si tratta di una scelta politica del tutto legittima e come tale la motivi, senza ricorrere ai mezzucci del “mostro” della delibera precedente o alle falsità dell’aumento di cubatura che avremmo deciso nella precedente amministrazione.
Le scelte politiche sono tutte legittime, l’onestà intellettuale invece non si compra un tanto al chilo.