ROMA ALTRIMENTI. Le ragioni nuove dell’essere capitale

Nel corso del 2016 si sono svolti gli incontri pubblici di “Conversazioni su Roma” su diversi temi e argomenti alcuni dei quali erano approfondimenti di interventi avviati durante l’esperienza amministrativa come Assessore alla Trasformazione urbana. Darsi del tempo e dello spazio per parlare della Città, dei suoi problemi, delle contraddizioni che l’attraversano ma ancora di … Continua la lettura di ROMA ALTRIMENTI. Le ragioni nuove dell’essere capitale

I consigli del NYT ad Amazon su dove localizzare l’HQ

Amazon has set off a scrum among cities that are hoping to land the company’s second headquarters — with the winner getting the prize of a $5 billion investment and 50,000 new jobs over the next two decades. We’re offering to help, using Amazon’s own criteria to identify a winning city.

The company announced this week that it was looking for a metropolitan area in North America with at least a million people, so we’ve started with the map above. (With apologies to Canada, we’ve set aside Toronto and several other large cities because they’re not included in most of the data sets we’ve used to determine which places meet Amazon’s needs.)

In the eight pages of guidance that Amazon has provided cities, one of its central requirements is a “stable business climate for growth.” […]

Qui il link al resto dei consigli:  https://nyti.ms/2xSR6Ka

La Capitale

Roma ce la può fare.
Qui riporto il testo integrale a commento di alcuni articoli pubblicati nei giorni scorsi sulla stampa italiana a proposito di Roma, (un estratto è stato pubblicato su il Corriere della sera, edizione di Roma, con un titolo… non proprio centrato).

La Capitale

In queste ultime settimane diversi autorevoli contributi hanno suggerito percorsi istituzionali per salvare Roma. Proposte che hanno lo stesso presupposto di partenza: Roma non ce la farà. Lo si dà ormai per scontato tanto da non doverlo neanche sostanziare, d’altronde a Roma ogni giorno ha la sua croce (e a portarla sono però soprattutto i cittadini romani); trasporti nel caos, la corruzione, il malaffare, un municipio commissariato per Mafia, una sindaca inadatta, anche il “marziano”, si scrive come un refrain, non era all’altezza. Per alcuni commentatori bisogna risalire al primo Rutelli per altri ancora, i più pessimisti, l’ultimo sindaco all’altezza è stato Petroselli, dopo solo malaffare.

Quindi Roma non ce la può fare senza un “Commissariamento”, che sarà certamente democratico e soprattutto disporrà delle migliori competenze del Paese (un dream team) per risolvere tutti i mali di Roma.

Mi permetto di dissentire.

Roma ha molto deluso, ma la sua storia è anche quella del riscatto di un popolo che proveniva da tutti gli angoli del paese, spesso i più poveri e non solo dal sud ma anche dal Veneto. Roma ha dato la speranza di una condizione di vita degna a tutti quelli che arrivavano. Il debito “monstre” di Roma è stato anche un investimento fatto a vantaggio del Paese, e ha contribuito a costruire la nazione italiana; un investimento per accogliere qualche milioni di immigrati italiani. Si costruì così la Quarta Roma, quella del popolo.

Roma ha molto deluso, ma la sua storia è anche quella dell’innovazione tecnologica e dei servizi ad alto valore aggiunto che si saldarono con il sistema della ricerca scientifica universitaria e con gli investitori stranieri che arricchivano la città e il Paese. C’è stato un tempo a Roma in cui i tram arrivavano prima che fossero costruite le case. Non fu un caso che le facoltà scientifiche (ingegneria e fisica) divennero l’eccellenza mondiale.

Roma quando è lasciata libera di innovare, di sperimentare, quando si libera della gabbia delle rendite di posizione sa essere una città Europea. Anche oggi Roma può essere all’avanguardia nel settore dei servizi e ha risorse ed energie produttive per essere qualcosa di più di una Capitale sussidiata e cronicamente in disavanzo.

Roma è al centro di un sistema territoriale, il Centro Italia, che è anche una opportunità per una città che vuole essere una Capitale produttiva. Il Centro Italia è una categoria geopolitica piuttosto bistrattata nonostante che abbia una popolazione di poco più di 13,6 milioni di abitanti (circa il 25% dell’Italia), in aumento (+ 6,92%) negli ultimi dieci anni. Un sistema territoriale dove le dinamiche residenziali (crescita delle popolazioni, pendolarismo) si accompagnano alla strutturazione di capisaldi funzionali, industriali, logistica e di servizio, che producono ricchezza per il Paese, si tratta del secondo polo dell’Itala per numero di addetti.

Roma ha molto deluso ma anche l’Italia ha deluso Roma. Dopo il 1989 cambia il significato e il ruolo dello Stato e con esso quello delle rispettive Capitali. La Londra degli anni Ottanta non è quella degli anni Novanta, e Berlino non era neanche Capitale, lo ridiventa dopo. E così in altri Paesi d’Europa le città Capitali e il governo del Paese programmano e gestiscono le conseguenze di queste trasformazioni. In Italia no. A Roma in quegli anni abbiamo cambiato nome alla città, non più Roma ma “Roma Capitale”. Lo abbiamo scritto sulla carta intestata, per ricordarcelo.

Roma per essere Capitale ha bisogno di uno stato che affronti insieme ai romani e senza ambiguità la costruzione di un senso nuovo dell’essere Capitale. Serve l’impegno di tutti per un programma di interventi, da qui ai prossimi trent’anni, con cui ridare un senso nuovo alla Capitale che individui cosa può fare Roma per l’Italia ma anche cosa l’Italia può fare per Roma. Basta con le semplici richieste di denaro pubblico. Roma ha avuto negli ultimi dieci anni circa 6/8 miliardi di investimenti pubblici, soldi spesi male, per cantieri inutili e mai finiti. La città è oggi più povera e qualcuno, pochissimi, sono invece più ricchi. Tra pochi anni, nel 2020-21, saranno 150 anni da quando Roma è diventata Capitale è ora di sciogliere il nodo politico che sta soffocando la città.

Le buche sulla giacca del povero, come le buche per le strade di Roma, non sono il problema, come la febbre non è la malattia. Bisogna avere il coraggio di affrontare la malattia, bisogna liberare Roma dalle rendite di posizione e aprirla al mondo, altrimenti ci sarà sempre una buca da riempire e un commissario pronto alla bisogna. Ma è questo che vuole anche il Paese?

Caserme: 430 giorni di Marino vanificati da 1037 giorni (Tronca e Raggi) di inadempienze e omissioni

Si legge sui giornali di oggi (più o meno su tutti alla stessa maniera) che “il Protocollo di intesa siglato ad agosto 2014 dall’amministrazione di Ignazio Marino con il Ministro della Difesa Roberta Pinotti, per la dismissione e valorizzazione di sei ex caserme inutilizzate, non è stato mai attuato dal Comune, ed ora è in attesa di essere rinnovato.”

La verità è l’esatto contrario: dopo la caduta improvvisa della Giunta Marino nessun adempimento è più stato fatto dall’attuale Giunta (né dal Commissario Tronca) vanificando tutto il lavoro fatto. Il tentativo di scaricare le colpe sulla Giunta Marino nasconde inadempienze amministrative, omissioni e precise responsabilità politiche dell’attuale amministrazione. Penso in particolare alla Caserma Ulivelli (Forte Trionfale) per il recupero della quale è stato fatto scadere, nel maggio 2017, il tempo per l’attuazione del piano di recupero che noi avevamo predisposto.

Il protocollo riguardava la valorizzazione di quattro caserme, per la sua attuazione fu insediato presso l’assessorato all’Urbanistica un tavolo di lavoro composto dalla Task Force della Difesa, guidata dal Generale Caporotundo, dall’Agenzia del Demanio e dal Comune di Roma, che definì le priorità e che tra settembre 2014 e ottobre 2015 si riunì due volte al mese (poi il sindaco è stato dimissionato) portando a compimento atti e delibere con un lavoro di squadra e di piena e fattiva collaborazione tra istituzioni.

Qui di seguito date e atti.

  1. Caserma Ulivelli. Novembre 2014 – Delibera di giunta per la valorizzazione urbanistica e la definizione del Piano di recupero. Realizzazione del Parco, recupero dei manufatti storici, trasformazione dell’edificio Missana nella sede del Municipio XIV e realizzazione di alloggi. Approvazione in Assemblea Capitolina della perimetrazione del Piano di Recupero e della Variante urbanistica DAC n. 27 del 28 Maggio 2015. Entro due anni approvazione definitiva in Assemblea Capitolina del Piano di Recupero e avvio dei lavori (Maggio 2017 il tempo è stato fatto scadere, il progetto ha perso efficacia, si dovrà ricominciare da capo).
  2. Caserma Donato (Trullo). Attuazione della valorizzazione in coerenza con Il PRG vigente, redazione del Programma integrato per la realizzazione di due edifici pubblici (Caserma dei Carabinieri, sede dell’Archivio del MIBACT), spazi per attività artigianali e produttive e quota residenziale. Delibera di Giunta predisposta firmata e pronta per l’approvazione, lasciata al Prefetto Tronca nell’ottobre 2015. (Punto 3 delle proposte di deliberazione predisposte, firmate e trasmesse al segretariato di cui alla lettera al prefetto Tronca, prot. 177121 del 30 ottobre 2015).
  3. Caserma Ruffo (Tiburtina). Definizione dei contenuti urbanistici per la trasformazione, mantenimento dell’attuale Palazzina Comando da destinare a uffici per ridurre i fitti passivi della pubblica amministrazione, utilizzazione dell’area del forte per attrezzature pubbliche a servizio del quartiere e intervento residenziale di circa 25 mila mq, di cui la metà pubblici. Predisposizione del bando per la manifestazione di interesse da parte di soggetti privati per la trasformazione urbanistica.
  4. Caserma di Viale Angelico. Fu lasciata in coda nelle priorità per volontà della Difesa in attesa di risolvere gli usi residenziali che ancora insistono sull’area da parte di militari o di loro eredi cosiddetti “sine titulo”.

Il protocollo inoltre dava il possesso anticipato di:

  • Forte Boccea per il quale l’unica destinazione compatibile è l’uso a Parco pubblico, mentre per le aree esterne fu predisposto un progetto, di intesa con il Municipio, da parte dell’ufficio Commercio per spostare il mercato rionale nell’area esterna e antistante il Forte.
  • Ex Magazzino dell’Aeronautica in via del Porto Fluviale, stabile occupato che doveva essere oggetto di intervento nell’ambito della delibera della Regione Lazio sull’emergenza abitativa del dicembre 2014 il cui stanziamento di risorse è però avvenuto dopo la caduta del sindaco Marino.

 

nota: [per la Caserma Ruffo – Recupero e trasformazione delle aree militari. Accordo tra Assessorato alla Trasformazione Urbana e InArch – Istituto Nazionale di Architettura – Laboratorio Roma 2014 -2015 Responsabile Arch. Luca Zevi – Coordinamento: arch. Maria Luisa Palumbo (l’immagine è tratta da: Laboratorio Roma – Amministrazione Impresa e Progetto per la rigenerazione urbana a cura di Maria Luisa Palumbo, Aracne Roma, 2016 pp.142-143)]

Roma Olimpica. La Raggi ha sbagliato a dire no alle olimpiadi, ma la colpa non è solo sua

Parigi è la città che ospiterà le Olimpiadi del 2024, 100 anni dopo l’edizione precedente. In questa foto (tratta da Il Corriere della Sera) c’è lo Stato (il presidente Macron), Il Comune (la sindaca Hidalgo) e il Comitato Olimpico responsabile del Dossier (Estanguet). Una foto d’insieme, testimonianza di un gioco di squadra, in cui ognuno ha svolto il proprio compito. La Città ha scelto la legacy “il lascito” delle Olimpiadi, ha individuato il luogo del Villaggio Olimpico e ha messo il progetto Olimpiadi dentro a una strategia urbana. Il Governo si è fatto sentire quando serviva per garantire “giochi sicuri” e ha contribuito a costruire un dossier vincente e lo ha garantito economicamente, il comitato olimpico ha fatto diventare la costruzione del Dossier un evento per il sistema sportivo e anche per i parigini coinvolgendo le scuole e la società nella formazione e promozione.
 
Quando Roma era città candidata lo Stato non c’era, aveva delegato tutto al CONI e il comitato che doveva costruire il Dossier pretendeva di decidere la “Legacy” per la città. Forse, come ha scritto qualcuno, il contrasto sul “Dossier Olimpiadi” non fu estraneo a quanto avvenne solo pochi giorni dopo l’invio della lettera di candidatura: la decadenza del sindaco Marino.
 
Le responsabilità della mancata candidatura di Roma sono certamente della Raggi perché non ha dato seguito alla lettera di candidatura firmata dal sindaco Marino e perché non ha avuto il coraggio di intestarsi il Dossier facendo valere il ruolo della Città, ha preferito rinunciare in diretta sky citando, in modo fuorviante, i dati di uno studio sui costi delle olimpiadi.
 
Se Roma ha perso una opportunità di usare un evento e non di farsi usare la colpa non è solo della sindaca. Le olimpiadi a servizio della Città e non la città a servizio delle Olimpiadi degli interessi di pochi, si potevano fare, si è deciso di no.

Intorno e sulla città

 

Giovanni Ferraro, Il libro dei Luoghi, Jaka Book Milano, 2001

“Roma, o il mondo a disposizione. […] In questa glorificazione dell’Impero il tema dello spazio assume un valore straordinario, che sino ad oggi non ha ricevuto forse l’attenzione che meritava. Anche in Aristide il punto di partenza è la relazione tra il potere centrale e l’estensione su cui si diffonde, la solidarietà profonda e l’identificazione tra egemonia ed ecumene. Lo spazio occupato e sorretto dall’imperium romano, che vi si distende e vi aderisce come un mantello, è tutto percorso e unificato da un movimento centripeto potente e inarrestabile, che trascina ogni ricchezza verso la città, «centro dell’ecumene e centro della vostra egemonia», posta al centro di una distesa di acque e di terra «colme di ricchezza sempre a vostra disposizione» (Elogio di Roma, 10-1). Movimento vorticoso e irresistibile delle persone verso la «patria comune [che] non respinge mai nessuno» (Ibidem, 61-2). Ma soprattutto movimento delle cose. Qualunque cosa che abbia valore e utilità si raccoglie quasi naturalmente al suo centro, che è «il mercato di tutti prodotti della terra »(Ibidem, 7). A tal punto che il movimento e la concentrazione delle cose finiscono per sostituire quelli delle persone. A tal punto che, poiché tutto ciò che i diversi luoghi dell’ecumene possono offrire è concentrato al suo centro, diventa ormai inutile spostarsi e superflua la sperimentazione diretta dei luoghi: «Qui affluisce, da ogni parte della terra e del mare, quello che producono le varie stagioni, i singoli luoghi, e fiumi e paludi e industrie di Greci e di Barbari: per vedere tutte queste diverse cose, bisognerebbe viaggiare per tutta la terra, ma basta venire qui nella città. Tutto quello che si produce e si fabbrica nei singoli paesi qui si trova sempre, in quantità superiore ai bisogni. E così numerose qui approdano le navi mercantile in tutte le stagioni, ad ogni mutare di costellazione, cariche di ogni sorta di mercanzie, che la città si può paragonare al grande emporio comune della terra »(Ibidem, 11). Se la città è il riassunto del mondo intero, il suo genere letterario è io mercato. […]


Giovanni Ferraro, Rieducazione alla speranza. Patrick Geddes in India 1914-1924, Jaka Book Milano, 1998 

“L’arte di guardare la città. Questa oscillazione continua tra osservare e ascoltare, tra lo sguardo dell’esterno che prende possesso del suo oggetto e lo sguardo dell’interno che interloquisce con i soggetti, genera lo spessore dello sguardo geddesiano. È l’arte di guardare la città, realizzata nella survey. […] Tutto questo è l’arte di guardare la città: di volta in volta osservazione minuziosa dei luoghi, ma anche preoccupazione per le condizioni concrete di vita, che solo l’esperienza diretta può cogliere, ascolto paziente delle persone  presenti , ma anche sforzo di dare voci  anche a chi, del passato porta ancora il suo contributo silenzioso alla vita della città, e di immaginare anche chi, dal futuro, chiede silenziosamente diritto di parola. […] Metafora insieme ruskiniana e tayloriana del guardare la città, in cui l’alternarsi continuo di osservazione e immaginazione risponde all’alternarsi e all’equilibrio sempre mutevole di rotture e aggiustamenti, di innovazione e conservazione che costituisce il tessuto di ogni processo evolutivo. […] “


Maurizio Vitta, Dell’abitare, Einaudi, Torino, 2008

“Abitare è come venire al mondo, e venire al mondo è già abitare. […] Non è possibile un storia dell’abitare, ma solo una storia dei modi di abitare. […]  Abitare è una realtà, ma può essere colto solo nella raffigurazione della realtà, in una sua figura o, se si preferisce, una sua modellizzazione. Si tratta di una forma, e più precisamente di una forma della vita. […] Così, realizzandosi nella pratica quotidiana dell’abitare, la storia dell’umanità ha disteso sulla superficie del nostro pianeta una pellicola sottile, ma fitta e continua, di artefatti, segni, immagini, spazi organizzati, forme, la cui densità è cresciuta nel tempo fino a sfiorare qua e là la saturazione. Sebbene l’abitare riguardi in un modo o nell’altro ogni forma vivente, è stato l’essere umano a imporlo all’ambiente secondo modalità sistematiche e pervasive, coincidenti con le vicende della cultura e della civiltà, fino a dotarlo di una coerenza e una coesione tali da collocarlo tra le due grandi sfere che secondo un indirizzo del pensiero moderno avvolgono la Terra conferendole un carattere forse unico nell’universo: la biosfera, che definisce lo strato degli organismi viventi, e la noosfera che definisce il reticolo delle conoscenze, dei miti, delle idee, dei linguaggi. “


 

Grazia Pagnotta, Sindaci a Roma, Donzelli, Roma, 2006

Il piacere di leggere

Annie Ernaux, Gli anni, L’orma editore, Roma, 2016 (Éditions Gallimard, Paris, 2008)

 

“Il progresso era l’orizzonte delle esistenze. Significava benessere, salute dei bambini, case luccicanti e strade illuminate, il sapere, tutto ciò che voltava per sempre le spalle alle oscurità della campagna e della guerra. Era nella plastica e nella formica, negli antibiotici e nelle indennità della previdenza sociale, nel lavello con l’acqua corrente e nel sistema fognario, nelle colonie di vacanza, nel proseguire gli studi, nell’atomo. Ogni occasione era buona per dire bisogna stare al passo con i propri tempi, e così facendo ci si mostrava intelligenti, di ampie vedute. In terza media si assegnavano temi dal titolo “I benefici dell’elettricità” o “Elabora una risposta per qualcuno che si metta a denigrare il mondo moderno”. I genitori dicevano cose come, i giovani ne sapranno più di noi.” pp. 44

 

Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, Milano, 2017

La resilienza urbana, il caso di Roma

La resilienza è una proprietà che si applica a organismi e sistemi di organismi, vitali. Vitali nel senso che hanno una loro intelligenza interna data dall’esplicarsi delle relazioni e interazioni tra tutte le sue diverse parti. All’evenienza di uno shock o di uno stress il sistema di relazioni e di interrelazioni può determinarsi in una forma nuova che assicura però lo stesso livello di servizio, le stesse prestazioni, precedenti allo stress e allo schock. Non si tratta quindi di un semplice adattamento ma di una risposta dell’intero sistema, ogni parte per quanto le compete e per quanto è rimasta integra, affidata alla sensibilità del singolo individuo/settore in modo da costruire una risposta che risulti, a livello di sistema, adeguata alle prestazioni richieste.

La vulnerabilità dei sistemi urbani è emersa in alcuni episodi rilevanti e mediaticamente significativi che hanno posto le premesse per la resilienza delle città. La New York dell’11 settembre, la città di New Orleans devastata dall’uragano Kathrina e ancora l’uragano Sandee che ha interessato l’area urbana nord orientale. Il rischio a cui sono sottoposte le nostre società hanno trovato nel collasso delle strutture fisiche e nella compressione dello spazio vitale la manifestazione più evidente della vulnerabilità dei corpi e proposto, per altro verso, la necessità non più rinviabile di predisporre meccanismi di adattamento in grado di ripristinare condizioni di equilibrio ottimali. La domanda di fondo è il ritorno “alla normalità”. Per dare seguito a questa domanda le politiche pubbliche hanno assunto un orizzonte olistico, specialistico, ma non più settoriale, dove il ritorno alle condizioni di normalità lo si può ottenere tanto più quanto si conoscono e si governano i meccanismi di interazione delle cosiddette infrastrutture critiche dalle quali dipende la funzionalità complessiva del sistema urbano. Nella prospettiva della resilienza urbana, la centralità del dibattito urbanistico sulla città esistente si sposa perfettamente. Parliamo di resilienza urbana, di città resilienti, perché consideriamo che il territorio attuale dell’urbanistica è quello della città esistente, il territorio già abitato. E il territorio è tutto abitato, non ci sono linee rosse e muri che cingono la grande città (alcune volte anche intorno alle medie città) che sappiano ancora separare città e campagna. In molti casi anche quella che ci appare campagna è invece diventata metropoli (almeno negli usi) senza mai essere stata città.

Le città possono essere il motore dello sviluppo del paese, lo sono state certamente in passato quando hanno accompagnato la transizione dall’economia agricola a quella industriale. Oggi possono tornare a esserlo se diventano il punto di applicazione di una “diversa” crescita e di un “diverso” modello di sviluppo. C’è crescita e sviluppo se intercettiamo i bisogni delle persone, se mettiamo al centro risposte per migliorare la vita delle persone. Per avere sviluppo oggi bisogna coniugare la sostenibilità ambientale con quella sociale ed economica. Vuol dire produrre beni che non solo risultano sostenibili economicamente nel bilancio tra costi e ricavi e nella quota di “beni pubblici” che promettono di realizzare, ma soprattutto nella sostenibilità di lungo periodo che assuma anche i costi futuri a carico della collettività e l’incidenza che questi possono avere nel produrre aggravi per il bilancio pubblico che se non valutati possono risultare insostenibili. Diversamente si perpetua un modello, come quello odierno, paradossale, di “scambi ineguali”: le città sono il luogo principale dove si estrae ricchezza ma registrano un progressivo impoverimento, soprattutto dei suoi abitanti: le risorse pubbliche sono sempre più scarse e i servizi sempre più carenti.

Una diversa prospettiva di sviluppo fa leva sulla creazione di valore attraverso la ricapitalizzazione del capitale fisico della città e intercetta il patrimonio di immobili già esistenti, usa, rendendole a volte anche più efficienti, le infrastrutture urbane di cui la città è già dotata, ed è in grado proprio per questo di produrre plusvalori da utilizzare per realizzare i servizi reali per la città e la cittadinanza. Le maggiori concentrazioni di funzioni, di densità (di alloggi, non necessariamente di volumi), costituiscono la “forma” con cui la ricapitalizzazione del patrimonio immobiliare esistente si può presentare ma non sono necessariamente le uniche condizioni in termini di spazio e di funzioni. La trasformazione urbana deve riferirsi necessariamente al complesso di azioni e di interventi che si generano a partire dalla valorizzazione immobiliare ma che si estendono fino a comprendere la dotazione dei servizi, la produzione di beni pubblici e di beni privati economicamente accessibili (agli strati sociali impoveriti) ma soprattutto comprende la migliore qualità della vita espressa come possibilità di potersi “liberare”, e quindi di poter fare a meno, di alcuni feticci della modernità come il doversi spostare, anche quando si compiono piccoli tragitti urbani, in automobile. Il riferimento si estende quindi alla crescita intesa come emancipazione degli stili di vita: più tempo libero, migliore accesso alla cultura, al volontariato, maggiore partecipazione alla vita sociale della città e quindi alla costruzione della propria cittadinanza. In questa prospettiva la trasformazione urbana si propone quindi di essere valutata nei suoi esiti, e di essere quindi proposta, perché capace di produrre un senso più ampio e pieno di “abitabilità” che può essere descritto come l’esito di un diverso rapporto tra l’abitare individuale, privato, e l’abitare collettivo, pubblico.

La seconda condizione riguarda l’assunzione della fine del paradigma della crescita urbana intesa come espansione fisica della città e l’affermazione invece della trasformazione del/nel già costruito: la prospettiva è di ri-abitare la città abitata. L’espansione delle città, sempre più sconfinate, e la mobilità alimentata a idrocarburi sono due caratteri del Novecento da cui ci dovremo necessariamente allontanare. Due “forze” hanno, in prevalenza, dato “forma” alla città soprattutto nel secondo dopoguerra: la rendita fondiaria, quella che si conseguiva facendo diventare edificabili i terreni agricoli, e l’automobile per muoversi in città, l’illusione della libertà individuale. Due forze che oggi è necessario rivedere e su cui ormai da diversi anni molte città europee si sono impegnate. E’ questo il terreno attorno al quale si sta ridefinendo, dentro a quella che globalmente viene definita l’Urban Age, la nuova prospettiva della città europea che resta ancora un riferimento nei recenti processi di urbanizzazione. Le città italiane sono considerate tra le espressioni più alte della civiltà urbana europea. Ciò di cui si parla oggi quando si evoca il ruolo delle città, ha sullo sfondo una questione di grande rilevanza: l’evoluzione della città europea, di quella che era nata attorno alla produzione industriale e che con l’espansione del dopoguerra diede “spazio” al modello di welfare continentale. Adesso, dinanzi al territorio urbanizzato nel corso degli ultimi sessant’anni, fatto di frammenti, di interstizi, di immobili inutilizzati, di tutto quello che in molti casi ci appare come uno spreco, è necessario ri-immaginarla in una nuova consistenza. Sarà per lo più un processo di contrazione e di densificazione a dover essere governato e in cui forme di metabolizzazione e rigenerazione del costruito definiranno nuove forme di “naturalità urbana”. E’ in questo scenario che la resilienza opera e trova senso.

Non è quindi bizzarro se l’assumere questa prospettiva, quella di una “naturalità urbana” e di sistematizzare l’agire dentro a una prospettiva resiliente richieda una ri-concettualizzazione olistica del concreto urbano e faccia emergere, anche per questo, una prospettiva della complessità su base socio-ecologica. L’esplicitazione delle interazioni complesse che la “natura urbana” nasconde ci apre una prospettiva dell’agire che non è più solo di tipo adattivo, come è la definizione principale della resilienza, ma ci apre una prospettiva tipica dell’agire trasformativo:  inserire tensioni e vettori di cambiamento che possono essere tutt’altro che adattivi o gravati dalla zavorra dell’esistente. Naturalità urbana e resilienza intesa come vettore trasformativo considerate assieme costruiscono la prospettiva del metabolismo urbano inteso come l’insieme dei sistemi e delle loro componenti ecologiche, sociali e  tecnologiche che presiedono alla produzione, circolazione, consumo e deiezione delle risorse che i contesti urbani e metropolitani contengono e nascondono. In questo quadro dobbiamo quindi considerare la resilienza urbana come una prospettiva più potente della sola capacità adattiva per divenire un vero e proprio percorso di un agire consapevole delle interazioni di un sistema complesso, delle sue capacità di reagire ma anche della sue tensioni al cambiamento, all’evoluzione e alla riscrittura progressiva della sua definizione, comprese le strutture che ne costituiscono i suoi valori di fondo.

La prospettiva operativa di Roma Resiliente. Cambiamenti, quelli sopra evocati, che in una città come Roma sono recenti, anzi recentissimi, e hanno avuto un’accelerazione spazio temporale incredibile. Il territorio che abitiamo è stato costruito per lo più negli ultimi sessant’anni, Roma dal 1958 a oggi ha triplicato l’estensione del territorio urbanizzato, si è costruito due volte il territorio che era urbanizzato al 1958. Roma nel 1870 aveva poco meno di 100 mila abitanti, nel 1447, anno in cui si insediò Papa Niccolo V, che avvio la costruzione di quella che poi divenne la Roma Rinascimentale, aveva circa 50 mila abitanti. Per 400 anni la città è rimasta poco più che un borgo papalino ma fu patria dei più potenti movimenti artistici e culturali che rivoluzionarono il continente europeo. Diventata Capitale, nel 1870, Roma superò in poco meno di 100 anni i quasi 3 milioni di abitanti e ora, a quasi 150 anni dalla breccia di Porta Pia, ha più o meno 2,9 milioni di abitanti, su un territorio che è molto più vasto del Campo Marzio… Una città territorio che si estende su un’area di almeno 50 chilometri per 50 chilometri, 2500 kmq, il doppio del territorio comunale che è di circa 1290 kmq. Una popolazione stabile ma una crescente dis-articolazione delle famiglie, dal 1971 al 2011 sono aumentate del 50%, erano circa 800 mila, ora sono quasi 1,2 milioni. Nel tempo si è stratificata una forte differenziazione sociale ed economica tra le zone centrali, quelle consolidate e poi ancora con le frange più esterne, quelle oltre il Gra.

La partecipazione al programma delle 100 Resilient Cities della Rockfeller Foundation avviene a seguito della aggiudicazione del bando emesso nel novembre del 2013 e aggiudicato nel dicembre dello stesso anno. Nella prima fase furono 33 le città selezionate nel mondo e tra queste Roma. Non è secondario il modello del bando e del lavoro che la Rockfeller ha costruito per questa iniziativa, una vera e propria piattaforma metodologico-cognitiva di sostegno, accompagnamento e di orientamento che si affidava allo scambio di pratiche e di conoscenze tra le diverse città della rete. Un metodo di lavoro progressivo, di accumulazione di conoscenze, una modalità di lavoro iterativo e di messa a punto di un approccio olistico alla complessità. L’organizzazione del lavoro prevedeva tre fasi di cui la formulazione del rapporto preliminare della resilienza pubblicato nel gennaio del 2016 ha concluso la seconda fase (il programma si è interrotto con il Commissariamento). Nella prima fase si è definito il percorso e si sono svolti i seminari e gli incontri preliminari, allo scopo di definire i punti di forza e di debolezza della città. La costruzione di un gruppo di lavoro trans-disciplinare con la partecipazione dei diversi dipartimenti dell’amministrazione capitolina, ma anche delle sue società -di per sé già un successo per un’amministrazione ignara di modalità di lavoro integrato- è stato il primo passo che ha consentito di avviare un processo di consultazione e di ingaggiare nel lavoro circa trecento attori urbani che ha portato alla condivisione dello scenario di partenza con l’evidenza dei punti di forza e di debolezza sistemici della città e dei principali fattori di rischio. L’immagine seguente riporta lo scenario sul framework di riferimento definito dalla Rockfeller foundation e utilizzato dalla rete delle 100 città resilienti.

La valutazione preliminare di resilienza si è conclusa con l’individuazione di cinque aree prioritarie che costituiscono gli ambiti di azione per la fase successiva che auspicabilmente l’amministrazione capitolina dovrebbe proseguire. “Territori e connessioni”, “persone e capacità”, “risorse e metabolismi urbani”, “sistemi, patrimonio e reti”, “governance, partecipazione e cultura civica”. Per ognuno sono descritti i soggetti da coinvolgere, le reti da attivare con gli altri partner e soprattutto vengono formulate le domande che possono aiutare la costruzione delle azioni da individuare in modo specifico e operativo.

Qui di seguito la scheda relativa all’ambito  “territori e connessioni”, con lo schema di azione e di lavoro per la messa a punto delle azioni e degli interventi con l’individuazione dei soggetti capofila.

Fare rete fra i dipartimenti di Roma Capitale, produrre conoscenza sui trend e sulle tendenze per orientare le azioni e le risposte può diventare, in prospettiva, il modello organizzativo e funzionale della macchina amministrativa che è ancora radicata nella cultura del Novecento e per molti aspetti ormai corrotta e compromessa nelle sue stesse finalità e obiettivi, in alcuni casi ormai del tutto smarriti. Roma prossima sarà resiliente se la sua struttura organizzativa, la sua articolazione amministrativa e la costruzione delle decisioni produrrà una forte innovazione di metodo e di procedure. Roma resiliente si doveva quindi misurare con azioni specifiche e progetti pilota in grado di rendere evidente e fattiva la connessione dei cicli interni al sistema urbano, dai rifiuti, all’acqua, ma anche alla capacità di risposta dei cittadini. Roma resiliente spostava l’attenzione dal piano alla sequenza delle azioni correlate e ai soggetti coinvolti per produrre una trasformazione

Roma resiliente quindi era un tassello di una strategia urbana complessiva sulla trasformazione della città che sposava la condizione di lavorare con la città esistente ma si proiettava nella riscrittura della visione di Roma al 2025, non quindi un progetto a sé stante, per quanto innovativo e di frontiera e dentro una rete internazionale, ma un percorso integrato dentro alla visione urbana della Roma Prossima, quella al 2025. La resilienza urbana era l’occasione per modificare in profondità il modo di governare la trasformazione urbana nelle sue molteplici dimensioni. In questo senso essa non è un nuovo Piano ma una proposta organizzativa di una struttura complessa finalizzata a governare l’insieme degli aspetti che presiedono al sistema urbano.

Bibliografia essenziale
Caudo, Giovanni, “Roma Prossima”, in AA.VV. Roma 2025, nuovi cicli di vita della metropoli, Quodlibet, Macerata, 2015
Coppola, Alessandro, “Roma Resiliente”, Italiani Europei, (in fase di stampa)
Coppola, Alessandro, “Da Roma Resiliente quattro idee per una città più a misura di Clima”,
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Sitografia:
http://www.100resilientcities.org
http://www.urbanistica.comune.roma.it/roma-resiliente.html