Cinquant’anni di standard urbanistici (1968 – 2018)

Nel 2018 ricorrerà il cinquantesimo anniversario dell’emanazione del Decreto sugli standard urbanistici (d.l. 1444/1968). Si tratta di un’occasione importante per tornare a riflettere da un lato sul ruolo che questo provvedimento ha avuto nella costruzione della città e dei territori italiani e nella configurazione dei saperi che se ne occupano, dall’altro sull’urgenza di un ripensamento di strumenti, processi e azioni attraverso cui oggi si producono gli spazi “a standard”, servizi e dotazioni urbane a valenza pubblica e di interesse collettivo.

GRUPPO DI RICERCA

Giovanni Caudo, Mauro Baioni, Nicola Vazzoler (Università degli Studi Roma Tre)
Stefano Munarin, Maria Chiara Tosi (IUAV)
Cristina Renzoni, Paola Savoldi (Politecnico di Milano)

PROGRAMMA

Proponiamo di strutturare la riflessione intorno a tre piani di indagine che ci consentiranno alcuni affondi tematici intorno a temi specifici e complementari.

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  • Il primo (radici) ha a che fare con l’elaborazione del decreto nel corso degli anni sessanta, che ci pare interessante rileggere come momento centrale nella riflessione sul welfare urbano e sul disegno della città da parte della cultura urbanistica italiana del secondo dopoguerra, indagando pratiche e discorsi che entrano nella sua elaborazione e che ne determinano enunciati e ruoli. Radici culturali, modelli di riferimento e collaborazioni interdisciplinari restituiscono un ampio background di manuali (espliciti e impliciti), esperienze progettuali e di pianificazione, domande emergenti da parte di una società civile in profonda mutazione alla ricerca delle dimensioni fisiche del benessere collettivo e nella democratizzazione della società e dello spazio urbano (Caudo 2015 b, Renzoni 2012; Renzoni 2014). Tra gli esiti di questo primo piano di lavoro segnaliamo l’identificazione di alcune periodizzazioni che possono fornire una cornice diacronica di riferimento comune per individuare nodi critici, pratiche specifiche e tratti di discontinuità rispetto alla concettualizzazione e alla interpretazione concreta del decreto e delle relative disposizioni di legge.
  • Il secondo (bilanci/atlanti) riguarda la necessità di comporre un quadro aggiornato per rendere conto del ruolo che la norma sugli standard urbanistici ha avuto concretamente nella costruzione e trasformazione delle città e dei territori italiani in differenti stagioni. Può così maturare uno sguardo comparativo che, a partire dalla osservazione e dallo studio di alcuni casi paradigmatici (Bricocoli, Savoldi 2010), si muoverà a differenti scale e in differenti contesti e permetterà di approfondire e ridiscutere, secondo il nostro tema di indagine, alcune coppie oppositive consolidate nella discussione sulla città contemporanea in merito al ruolo di servizi e attrezzature, alla loro produzione e trasformazione (pubblico/privato; nord/sud; centro/periferia; aree metropolitane/ambiti della dispersione insediativa; suoli/servizi). Tra gli esiti possibili di questo secondo piano di lavoro segnaliamo la costruzione di atlanti selettivi a partire dalla comparazione di casi in contesti insediativi differenti, su base regionale e internazionale.
  • Il terzo piano di indagine (prospettive) contempla un’interpretazione critica del presente e l’esplorazione di alcune ipotesi in chiave riformista rispetto al prossimo futuro. Prefiguriamo infatti, auspicandone l’avvio, una quarta stagione che abbiamo al momento nominato con l’immagine di una transizione, da standard a welfare, che apra il sentiero della ricerca sperimentale verso due direzioni: rafforzare e rendere più diffusamente possibile nella città contemporanea occidentale nuove dimensioni concrete del benessere individuale e collettivo, favorire e rendere concreta la prospettiva della trasformazione fisica della città esistente costruendo nuove forme di patrimonializzazione pubblica. Sia nel caso del benessere che in quello della patrimonializzazione si dovrà prestare attenzione a quali possano essere i dispositivi – non solo quantitativi, non solo top-down e non solo bottom-up, non solo dati nel e dal pubblico – attraverso cui garantire i diritti di cittadinanza e la costruzione della città pubblica del XXI secolo.

Proponiamo alcune parole chiave intorno a cui strutturare alcuni affondi tematici su cui confrontare ipotesi interpretative e proposte.

  • Suoli/strumenti – si propone di osservare il ruolo dell’applicazione del decreto sugli standard nella formazione di un patrimonio di suoli e manufatti pubblici con cui perseguire un disegno qualitativo dello spazio urbano fondato sulla coincidenza tra demanio di aree e erogazione dei servizi; un ambiguità oggi insostenibile il cui superamento costituisce uno dei nodi centrali nella prospettiva della riforma degli standard (Caudo 2015 a).
  • Stock/patrimoni – si propone di osservare le eredità degli standard in differenti contesti insediativi: un campionario di casi attraverso cui mettere in tensione una scala intermedia, spesso sottovalutata, che focalizzi l’attenzione sulla disponibilità di beni immobili di proprietà pubblica quale capitale decisivo per pensare a progetti e interventi capaci di innovare e irrobustire la rete degli spazi del welfare (Munarin, Tosi, Renzoni, Pace 2011; Gaeta, Savoldi 2013).
  • Ricapitalizzazioni/multifunzionalità – si propone di osservare l’emergere di strategie di appropriazione di spazi “altri” rispetto a quelli tradizionalmente riconducibili agli standard urbanistici (ritagli di spazi aperti, lo spazio della soglia delle attrezzature collettive, ampi spazi aperti dallo statuto incerto: argini fluviali, …), che contribuiscono ad aumentarne le prestazioni in quanto svolgono un importante ruolo di connessione, potenziamento, apertura e moltiplicazione funzionale. Ciò porta ad incrociare la definizione degli standard urbanistici con le principali questioni che la città contemporanea oggi pone: accessibilità, fragilità ambientale, equità sociale.

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