Archivi categoria: leggere la città

I consigli del NYT ad Amazon su dove localizzare l’HQ

Amazon has set off a scrum among cities that are hoping to land the company’s second headquarters — with the winner getting the prize of a $5 billion investment and 50,000 new jobs over the next two decades. We’re offering to help, using Amazon’s own criteria to identify a winning city.

The company announced this week that it was looking for a metropolitan area in North America with at least a million people, so we’ve started with the map above. (With apologies to Canada, we’ve set aside Toronto and several other large cities because they’re not included in most of the data sets we’ve used to determine which places meet Amazon’s needs.)

In the eight pages of guidance that Amazon has provided cities, one of its central requirements is a “stable business climate for growth.” […]

Qui il link al resto dei consigli:  https://nyti.ms/2xSR6Ka

La resilienza urbana, il caso di Roma

La resilienza è una proprietà che si applica a organismi e sistemi di organismi, vitali. Vitali nel senso che hanno una loro intelligenza interna data dall’esplicarsi delle relazioni e interazioni tra tutte le sue diverse parti. All’evenienza di uno shock o di uno stress il sistema di relazioni e di interrelazioni può determinarsi in una forma nuova che assicura però lo stesso livello di servizio, le stesse prestazioni, precedenti allo stress e allo schock. Non si tratta quindi di un semplice adattamento ma di una risposta dell’intero sistema, ogni parte per quanto le compete e per quanto è rimasta integra, affidata alla sensibilità del singolo individuo/settore in modo da costruire una risposta che risulti, a livello di sistema, adeguata alle prestazioni richieste.

La vulnerabilità dei sistemi urbani è emersa in alcuni episodi rilevanti e mediaticamente significativi che hanno posto le premesse per la resilienza delle città. La New York dell’11 settembre, la città di New Orleans devastata dall’uragano Kathrina e ancora l’uragano Sandee che ha interessato l’area urbana nord orientale. Il rischio a cui sono sottoposte le nostre società hanno trovato nel collasso delle strutture fisiche e nella compressione dello spazio vitale la manifestazione più evidente della vulnerabilità dei corpi e proposto, per altro verso, la necessità non più rinviabile di predisporre meccanismi di adattamento in grado di ripristinare condizioni di equilibrio ottimali. La domanda di fondo è il ritorno “alla normalità”. Per dare seguito a questa domanda le politiche pubbliche hanno assunto un orizzonte olistico, specialistico, ma non più settoriale, dove il ritorno alle condizioni di normalità lo si può ottenere tanto più quanto si conoscono e si governano i meccanismi di interazione delle cosiddette infrastrutture critiche dalle quali dipende la funzionalità complessiva del sistema urbano. Nella prospettiva della resilienza urbana, la centralità del dibattito urbanistico sulla città esistente si sposa perfettamente. Parliamo di resilienza urbana, di città resilienti, perché consideriamo che il territorio attuale dell’urbanistica è quello della città esistente, il territorio già abitato. E il territorio è tutto abitato, non ci sono linee rosse e muri che cingono la grande città (alcune volte anche intorno alle medie città) che sappiano ancora separare città e campagna. In molti casi anche quella che ci appare campagna è invece diventata metropoli (almeno negli usi) senza mai essere stata città.

Le città possono essere il motore dello sviluppo del paese, lo sono state certamente in passato quando hanno accompagnato la transizione dall’economia agricola a quella industriale. Oggi possono tornare a esserlo se diventano il punto di applicazione di una “diversa” crescita e di un “diverso” modello di sviluppo. C’è crescita e sviluppo se intercettiamo i bisogni delle persone, se mettiamo al centro risposte per migliorare la vita delle persone. Per avere sviluppo oggi bisogna coniugare la sostenibilità ambientale con quella sociale ed economica. Vuol dire produrre beni che non solo risultano sostenibili economicamente nel bilancio tra costi e ricavi e nella quota di “beni pubblici” che promettono di realizzare, ma soprattutto nella sostenibilità di lungo periodo che assuma anche i costi futuri a carico della collettività e l’incidenza che questi possono avere nel produrre aggravi per il bilancio pubblico che se non valutati possono risultare insostenibili. Diversamente si perpetua un modello, come quello odierno, paradossale, di “scambi ineguali”: le città sono il luogo principale dove si estrae ricchezza ma registrano un progressivo impoverimento, soprattutto dei suoi abitanti: le risorse pubbliche sono sempre più scarse e i servizi sempre più carenti.

Una diversa prospettiva di sviluppo fa leva sulla creazione di valore attraverso la ricapitalizzazione del capitale fisico della città e intercetta il patrimonio di immobili già esistenti, usa, rendendole a volte anche più efficienti, le infrastrutture urbane di cui la città è già dotata, ed è in grado proprio per questo di produrre plusvalori da utilizzare per realizzare i servizi reali per la città e la cittadinanza. Le maggiori concentrazioni di funzioni, di densità (di alloggi, non necessariamente di volumi), costituiscono la “forma” con cui la ricapitalizzazione del patrimonio immobiliare esistente si può presentare ma non sono necessariamente le uniche condizioni in termini di spazio e di funzioni. La trasformazione urbana deve riferirsi necessariamente al complesso di azioni e di interventi che si generano a partire dalla valorizzazione immobiliare ma che si estendono fino a comprendere la dotazione dei servizi, la produzione di beni pubblici e di beni privati economicamente accessibili (agli strati sociali impoveriti) ma soprattutto comprende la migliore qualità della vita espressa come possibilità di potersi “liberare”, e quindi di poter fare a meno, di alcuni feticci della modernità come il doversi spostare, anche quando si compiono piccoli tragitti urbani, in automobile. Il riferimento si estende quindi alla crescita intesa come emancipazione degli stili di vita: più tempo libero, migliore accesso alla cultura, al volontariato, maggiore partecipazione alla vita sociale della città e quindi alla costruzione della propria cittadinanza. In questa prospettiva la trasformazione urbana si propone quindi di essere valutata nei suoi esiti, e di essere quindi proposta, perché capace di produrre un senso più ampio e pieno di “abitabilità” che può essere descritto come l’esito di un diverso rapporto tra l’abitare individuale, privato, e l’abitare collettivo, pubblico.

La seconda condizione riguarda l’assunzione della fine del paradigma della crescita urbana intesa come espansione fisica della città e l’affermazione invece della trasformazione del/nel già costruito: la prospettiva è di ri-abitare la città abitata. L’espansione delle città, sempre più sconfinate, e la mobilità alimentata a idrocarburi sono due caratteri del Novecento da cui ci dovremo necessariamente allontanare. Due “forze” hanno, in prevalenza, dato “forma” alla città soprattutto nel secondo dopoguerra: la rendita fondiaria, quella che si conseguiva facendo diventare edificabili i terreni agricoli, e l’automobile per muoversi in città, l’illusione della libertà individuale. Due forze che oggi è necessario rivedere e su cui ormai da diversi anni molte città europee si sono impegnate. E’ questo il terreno attorno al quale si sta ridefinendo, dentro a quella che globalmente viene definita l’Urban Age, la nuova prospettiva della città europea che resta ancora un riferimento nei recenti processi di urbanizzazione. Le città italiane sono considerate tra le espressioni più alte della civiltà urbana europea. Ciò di cui si parla oggi quando si evoca il ruolo delle città, ha sullo sfondo una questione di grande rilevanza: l’evoluzione della città europea, di quella che era nata attorno alla produzione industriale e che con l’espansione del dopoguerra diede “spazio” al modello di welfare continentale. Adesso, dinanzi al territorio urbanizzato nel corso degli ultimi sessant’anni, fatto di frammenti, di interstizi, di immobili inutilizzati, di tutto quello che in molti casi ci appare come uno spreco, è necessario ri-immaginarla in una nuova consistenza. Sarà per lo più un processo di contrazione e di densificazione a dover essere governato e in cui forme di metabolizzazione e rigenerazione del costruito definiranno nuove forme di “naturalità urbana”. E’ in questo scenario che la resilienza opera e trova senso.

Non è quindi bizzarro se l’assumere questa prospettiva, quella di una “naturalità urbana” e di sistematizzare l’agire dentro a una prospettiva resiliente richieda una ri-concettualizzazione olistica del concreto urbano e faccia emergere, anche per questo, una prospettiva della complessità su base socio-ecologica. L’esplicitazione delle interazioni complesse che la “natura urbana” nasconde ci apre una prospettiva dell’agire che non è più solo di tipo adattivo, come è la definizione principale della resilienza, ma ci apre una prospettiva tipica dell’agire trasformativo:  inserire tensioni e vettori di cambiamento che possono essere tutt’altro che adattivi o gravati dalla zavorra dell’esistente. Naturalità urbana e resilienza intesa come vettore trasformativo considerate assieme costruiscono la prospettiva del metabolismo urbano inteso come l’insieme dei sistemi e delle loro componenti ecologiche, sociali e  tecnologiche che presiedono alla produzione, circolazione, consumo e deiezione delle risorse che i contesti urbani e metropolitani contengono e nascondono. In questo quadro dobbiamo quindi considerare la resilienza urbana come una prospettiva più potente della sola capacità adattiva per divenire un vero e proprio percorso di un agire consapevole delle interazioni di un sistema complesso, delle sue capacità di reagire ma anche della sue tensioni al cambiamento, all’evoluzione e alla riscrittura progressiva della sua definizione, comprese le strutture che ne costituiscono i suoi valori di fondo.

La prospettiva operativa di Roma Resiliente. Cambiamenti, quelli sopra evocati, che in una città come Roma sono recenti, anzi recentissimi, e hanno avuto un’accelerazione spazio temporale incredibile. Il territorio che abitiamo è stato costruito per lo più negli ultimi sessant’anni, Roma dal 1958 a oggi ha triplicato l’estensione del territorio urbanizzato, si è costruito due volte il territorio che era urbanizzato al 1958. Roma nel 1870 aveva poco meno di 100 mila abitanti, nel 1447, anno in cui si insediò Papa Niccolo V, che avvio la costruzione di quella che poi divenne la Roma Rinascimentale, aveva circa 50 mila abitanti. Per 400 anni la città è rimasta poco più che un borgo papalino ma fu patria dei più potenti movimenti artistici e culturali che rivoluzionarono il continente europeo. Diventata Capitale, nel 1870, Roma superò in poco meno di 100 anni i quasi 3 milioni di abitanti e ora, a quasi 150 anni dalla breccia di Porta Pia, ha più o meno 2,9 milioni di abitanti, su un territorio che è molto più vasto del Campo Marzio… Una città territorio che si estende su un’area di almeno 50 chilometri per 50 chilometri, 2500 kmq, il doppio del territorio comunale che è di circa 1290 kmq. Una popolazione stabile ma una crescente dis-articolazione delle famiglie, dal 1971 al 2011 sono aumentate del 50%, erano circa 800 mila, ora sono quasi 1,2 milioni. Nel tempo si è stratificata una forte differenziazione sociale ed economica tra le zone centrali, quelle consolidate e poi ancora con le frange più esterne, quelle oltre il Gra.

La partecipazione al programma delle 100 Resilient Cities della Rockfeller Foundation avviene a seguito della aggiudicazione del bando emesso nel novembre del 2013 e aggiudicato nel dicembre dello stesso anno. Nella prima fase furono 33 le città selezionate nel mondo e tra queste Roma. Non è secondario il modello del bando e del lavoro che la Rockfeller ha costruito per questa iniziativa, una vera e propria piattaforma metodologico-cognitiva di sostegno, accompagnamento e di orientamento che si affidava allo scambio di pratiche e di conoscenze tra le diverse città della rete. Un metodo di lavoro progressivo, di accumulazione di conoscenze, una modalità di lavoro iterativo e di messa a punto di un approccio olistico alla complessità. L’organizzazione del lavoro prevedeva tre fasi di cui la formulazione del rapporto preliminare della resilienza pubblicato nel gennaio del 2016 ha concluso la seconda fase (il programma si è interrotto con il Commissariamento). Nella prima fase si è definito il percorso e si sono svolti i seminari e gli incontri preliminari, allo scopo di definire i punti di forza e di debolezza della città. La costruzione di un gruppo di lavoro trans-disciplinare con la partecipazione dei diversi dipartimenti dell’amministrazione capitolina, ma anche delle sue società -di per sé già un successo per un’amministrazione ignara di modalità di lavoro integrato- è stato il primo passo che ha consentito di avviare un processo di consultazione e di ingaggiare nel lavoro circa trecento attori urbani che ha portato alla condivisione dello scenario di partenza con l’evidenza dei punti di forza e di debolezza sistemici della città e dei principali fattori di rischio. L’immagine seguente riporta lo scenario sul framework di riferimento definito dalla Rockfeller foundation e utilizzato dalla rete delle 100 città resilienti.

La valutazione preliminare di resilienza si è conclusa con l’individuazione di cinque aree prioritarie che costituiscono gli ambiti di azione per la fase successiva che auspicabilmente l’amministrazione capitolina dovrebbe proseguire. “Territori e connessioni”, “persone e capacità”, “risorse e metabolismi urbani”, “sistemi, patrimonio e reti”, “governance, partecipazione e cultura civica”. Per ognuno sono descritti i soggetti da coinvolgere, le reti da attivare con gli altri partner e soprattutto vengono formulate le domande che possono aiutare la costruzione delle azioni da individuare in modo specifico e operativo.

Qui di seguito la scheda relativa all’ambito  “territori e connessioni”, con lo schema di azione e di lavoro per la messa a punto delle azioni e degli interventi con l’individuazione dei soggetti capofila.

Fare rete fra i dipartimenti di Roma Capitale, produrre conoscenza sui trend e sulle tendenze per orientare le azioni e le risposte può diventare, in prospettiva, il modello organizzativo e funzionale della macchina amministrativa che è ancora radicata nella cultura del Novecento e per molti aspetti ormai corrotta e compromessa nelle sue stesse finalità e obiettivi, in alcuni casi ormai del tutto smarriti. Roma prossima sarà resiliente se la sua struttura organizzativa, la sua articolazione amministrativa e la costruzione delle decisioni produrrà una forte innovazione di metodo e di procedure. Roma resiliente si doveva quindi misurare con azioni specifiche e progetti pilota in grado di rendere evidente e fattiva la connessione dei cicli interni al sistema urbano, dai rifiuti, all’acqua, ma anche alla capacità di risposta dei cittadini. Roma resiliente spostava l’attenzione dal piano alla sequenza delle azioni correlate e ai soggetti coinvolti per produrre una trasformazione

Roma resiliente quindi era un tassello di una strategia urbana complessiva sulla trasformazione della città che sposava la condizione di lavorare con la città esistente ma si proiettava nella riscrittura della visione di Roma al 2025, non quindi un progetto a sé stante, per quanto innovativo e di frontiera e dentro una rete internazionale, ma un percorso integrato dentro alla visione urbana della Roma Prossima, quella al 2025. La resilienza urbana era l’occasione per modificare in profondità il modo di governare la trasformazione urbana nelle sue molteplici dimensioni. In questo senso essa non è un nuovo Piano ma una proposta organizzativa di una struttura complessa finalizzata a governare l’insieme degli aspetti che presiedono al sistema urbano.

Bibliografia essenziale
Caudo, Giovanni, “Roma Prossima”, in AA.VV. Roma 2025, nuovi cicli di vita della metropoli, Quodlibet, Macerata, 2015
Coppola, Alessandro, “Roma Resiliente”, Italiani Europei, (in fase di stampa)
Coppola, Alessandro, “Da Roma Resiliente quattro idee per una città più a misura di Clima”,
http://www.glistatigenerali.com/clima_roma/da-roma-resiliente-qualche-idea-per-una-citta-piu-a-misura-di-clima/
D’Albergo, Ernesto e Moini, Giulio, “Il regime dell’urbe”, Carocci, Roma, 2015
Tocci, Walter, “Non si piange su una città coloniale. Note sulla politica romana”, GoWare, Roma
Documenti assessorato alla trasformazione urbana di Roma Capitale, “Roma Prossima, due anni di scelte urbanistiche, come cambia Roma.”, 6 agosto 2015

Sitografia:
http://www.100resilientcities.org
http://www.urbanistica.comune.roma.it/roma-resiliente.html

Pianta di Giambattista Nolli, Roma, 1748

Le ragioni nuove dell’essere Capitale

Molti sono stati i commenti al postIl passato non passa e il nuovo tarda ad arrivare”, ci ritorno. [mi dispiace, è un pò lungo ma siete stati in tanti]

Frazzoni chiede di indicare idee su come uscire dalla condizione in cui si trova la Città, Scarponi lamenta una scarsa capacità da parte dell’attuale giunta. Carreri segnala invece una stanchezza e una rassegnazione che le cose possano cambiare. Alcuni hanno letto il post come una esortazione all’ottimismo che in alcuni casi è stato salutato positivamente, per altri invece l’ottimismo è considerato fuori luogo perchè non si riscontrano segni di cambiamento. Il pessimismo dell’intelligenza, come scrive Giannitelli, sembra l’esortazione che ricorre per controbilanciare un eccesso di visione positiva che evidentemente trasmetteva il mio Post. Da qui anche il riferimento (Di Bonito) al passato, a stagioni e a protagonisti che hanno segnato la storia della nostra città, e anche la riproposizione di letture datate, come Roma Moderna di Insolera.

Intanto un chiarimento. Nelle mie intenzioni il post non voleva essere banalmente ottimista e la chiosa finale, “tutto può essere diverso”, la si deve leggere come una esortazione alla presa in carico di responsabilità da parte di ognuno di noi per trovare i modi e le modalità con cui far diventare una concreta realtà ciò che oggi ci appare solo come possibilità. Non ottimismo di maniera ma una rieducazione alla fatica del ragionamento e del confronto per coltivare la speranza del cambiamento. E’ nella tensione, nello scontro, tra il bisogno del cambiamento e la voglia di conservazione, che si deve applicare la nostra capacità di agire. E’ il modo con cui si affronta e si scioglie questa tensione che ci deve guidare nei giudizi e nelle valutazioni su quanto accade e soprattuto su quanto sarebbe necessario che accadesse.

1. La prima cosa è dirsi la verità, bisogna pretendere una puntuale e meticolosa operazione verità sulle origini della crisi in cui versa la Capitale, una crisi Capitale che data almeno dagli anni Novanta. Crisi che si è aggravata anche durante il cosiddetto “Modello Roma” perché quel modello ha significato tante iniziative, progetti, interventi ma ha completamente rimosso il problema di fondo, una Capitale che stava perdendo il Paese, l’orgoglio del Paese! Roma non è più la Capitale amministrativa per un insieme di fattori, tra cui il crescente ruolo che le Regioni hanno assunto negli ultimi venti anni. La retorica del federalismo non ci ha fatto diventare una nazione federale ma non è vero che non ha lasciato conseguenze. In Europa oggi sono le aree regionali e le grandi capitali i luoghi del confronto e della competizione con cui si spazializza la nuova ricchezza, materiale e immateriale, che alimenta l’economia del vecchio continente e lo rinnova. Molte Capitali hanno aggiornato il loro modo di essere. Roma no, ha perso nel settore della pubblica amministrazione una fetta importante della sua economia e della sua ricchezza (c’è chi stima una riduzione del 26% negli ultimi venti anni), ma non l’ha sostituito con nulla, in parte con l’arte di arrangiarsi. Roma si sta impoverendo (è già una città povera?) ed è una città sempre più vulnerabile come ci mostrano le tante e crescenti disuguaglianze che spezzano la città. Non fare i conti con la crisi Capitale ha significato trascinarsi nell’illusione che il modello parassitario (ricchezza proveniente dai trasferimenti pubblici) possa continuare e perpetuarsi. Ecco la conservazione che si vuole perpetuare. La mia più grande sorpresa è che proprio la nuova giunta di Grillo riproponga il modello di sempre, chiedendo risorse allo Stato come la Roma di Carraro, e di molti altri.

2. Ridefinire le ragioni nuove dell’essere Capitale. Bloccare, come sembra fare l’attuale giunta, ogni possibilità di cambiamento significa rinviare ancora la sfida di costruire una nuova ragione dell’essere Capitale, significa non applicarsi su come ridefinire il suo essere città del mondo e non solo città capitale d’Italia. Roma è la Capitale d’Italia dal 1871, poco meno di 150 anni. Parigi, Londra, Madrid solo per citarne alcune sono Capitali dei rispettivi Stati da diversi secoli e in alcuni casi da più di un millennio. Roma come capitale d’Italia è giovane ed è ancora impegnata ad imparare a come esserlo, Roma antica ha rappresentato la nascita del mondo nuovo, ha dato leggi, regole, infrastrutture, mercati, modi e stili di vita estesi al mondo allora conosciuto- Roma significa ancora tutto questo e i visitatori della città, quelli più avvertiti, vengono proprio a cercare i luoghi in cui si fece il mondo nuovo, quello che è all’origine del nostro. Roma di oggi, è ancora questa duplicità: essere nel mondo ed essere il mondo. Per uscire dal debito, dalla mancanza di investimenti per rimettere a posto le strade, per evitare che le scuole restino al freddo, per far tornare a circolare gli autobus e a far funzionare la metro ecc… non c’è altra soluzione che aprire la città al mondo. Tutto il resto sarà economia di sussistenza, compresa la retorica dei Beni Comuni, altro che decrescita felice o infelice, si chiama povertà.

L’impegno che dobbiamo pretendere dalla classe dirigente di questa città è di far passare il passato e di dare spazio al nuovo, liberare Roma dalle sue stesse contraddizioni. Ecco perchè questi sono tempi interessanti, perché risulta più evidente chi è per la conservazione e chi invece vuole contribuire a cambiare le cose.
No, tutto può essere ancora diverso. Roma può essere molto di più che continuare a illudersi di “campare” ancora da Capitale amministrativa del Paese. Un’illusione che ha solo un esito: l’impoverimento di molti e l’arricchimento di pochi.

Il passato non passa e il nuovo tarda ad arrivare

Roma non è vero che è una città bloccata, è piuttosto prigioniera dello scontro tra il bisogno del cambiamento e la voglia di conservazione che si perpetua. Non è una città ferma ma una città in tensione dove è in atto uno scontro di coalizioni di interessi come non succedeva da decenni, forse dal dopoguerra, certamente dalla fine degli anni Ottanta. A Roma non è vero che è tutto fermo semmai stanno tentando di fermare tutto, di arrestare ogni possibilità di cambiamento. Dopo la fine del ciclo politico che ha assicurato la stabilità per decenni, per tutto il dopoguerra certamente, un ciclo che si è concluso pochi anni fa, con la scomparsa di Giulio Andreotti (maggio 2013, mentre erano in corso le primarie per il sindaco), con le scosse telluriche che hanno investito il Vaticano alla morte di Giovanni Paolo II e l’elezione di Benedetto XVI, che si è dimesso dopo pochi anni, nel febbraio 2013, sempre quell’anno. Una città con due Papi, un sindaco dimissionato, un processo per Mafia che coinvolge un ceto politico di destra e di sinistra che ha governato negli anni successivi al 2008, fino al 2014 ma che ha come protagonista Carminati, ideologo del modello di gestione della città, di una città fatta a strati dove “il mondo di mezzo” assicura la relazione verso l’alto, con l’elite del potere, e verso il basso, con il popolo e le sue necessità.
Il passato non passa e il nuovo tarda ad arrivare, Roma più che in transizione sembra una città prigioniera delle sue stesse contraddizioni. Ma sono questi i tempi interessanti, quelli in cui si può contribuire a cambiare le cose, tutti noi abbiamo la sensazione di impotenza, che tutto si perpetua e nulla cambia. No, non é così, tutto può essere ancora diverso.

Telecom non va più nelle torri dell’EUR

TELECOM NON VA PIÙ NELLE TORRI DELL’EUR, ora è UFFICIALE.

ROMA sempre più maltrattata e con un’amministrazione che non ha a cuore l’interesse della Città.

[ho aspettato che la notizia uscisse sui giornali per riprenderla, ma ho aspettato inutilmente]

Torri dell’Eur, Cattaneo (Tim): già espressa la nostra posizione

Ci stringeremo dove siamo

Roma, 18 nov. (askanews) – “Per quanto riguarda le Torri dell’Eur
la scelta è determinata dall’impossibilità di avere gli uffici
entro il 31 dicembre 2017, quindi noi abbiamo già espresso
ufficialmente la nostra posizione. Ci stringeremo dove siamo”.
Parole dell’Ad di Tim, Flavio Cattaneo, a margine di un evento a
Roma, a Tor Bella Monaca.

18-NOV-16 13:11 NNNN
(LZ) ROMA. BERDINI: TIM NON VA IN TORRI EUR? CHIEDETE A CHI C’ERA PRIMA

(DIRE) Roma, 18 nov. – “Tim non va nelle torri dell’Eur?
Chietedetelo ai responsabili che hanno governato la citta’ prima
di noi”. Cosi’, a margine di un convegno, l’assessore
all’Urbanistica del Comune di Roma, Paolo Berdini, ha risposto
a chi gli chiedeva un commento sulle parole dell’Ad di Tim,
Flavio Cattaneo, che oggi ha confermato la scelta della societa’
di non scegliere le torri dell’Eur come sede.
(Zap/ Dire)

leggi su romatoday

Il gioco delle Torri/2

Dall’articolo de glistatigenerali.com riprendo un passaggio virgolettato delle dichiarazioni di Berdini.

“Prima di concedere il permesso di costruire andava stralciata la convenzione del 2009 – spiega a Gli Stati Generali Paolo Berdini, attuale assessore capitolino all’urbanistica – Era la prima cosa che Marino avrebbe dovuto fare. Annullarla non è stata una decisione politica della giunta Raggi, ma un atto dovuto degli uffici dopo l’indagine della magistratura. Ora, il nostro obiettivo è di lavorare affinchè la città non perda questo investimento di Telecom. Non possiamo rinunciare. Dire che io sono contrario, come è stato fatto su alcuni giornali, è una cosa completamente inventata. E’ stata una vera e propria imboscata.”

Le parole di Berdini e il suo impegno a non rinunciare a un progetto così importante sono una buona notizia, il suo obiettivo è anche il mio e dei tanti che seguono con interesse e preoccupazione questa vicenda. Ma per dargli seguito bisogna individuare intanto dov’è il problema. E il problema mi sa che non sta in quello che non ha fatto Marino.

  • Marino non poteva annullare nessuna convenzione semplicemente perché nel 2009 non fu sottoscritta nessuna convenzione tra proprietà e comune di Roma.
  • Nel 2009 fu presentato un atto “unilaterale” d’obbligo a firma solo del privato (atto Notaio Enrico Parenti n. 46246 del 22/12/2009) e allegato al progetto di Renzo Piano che prevedeva a fronte della realizzazione di residenze il pagamento del contributo straordinario per la valorizzazione (cambio di destinazione a residenziale, incremento di volume, demolizione e ricostruzione) di 24 milioni di euro.
  • Quel permesso di costruire non fu mai rilasciato, quell’atto non ebbe alcun effetto.
  • Il rilascio del nuovo permesso di costruire per il restauro e il risanamento conservativo delle Torri ad uso uffici e la sottoscrizione del nuovo atto d’obbligo sono del 22 dicembre 2015, Marino è decaduto il 31 ottobre 2015. Se ci fosse stato qualcosa da annullare spettava farlo agli uffici che hanno rilasciato il permesso, gli stessi che poi hanno fatto la determina di annullamento. O al Prefetto Tronca.
  • Nella motivazione della determina di annullamento non si fa alcun riferimento all’indagine, ma solo alle ragioni patrimoniali economiche.

L’annullamento di un permesso di costruire non illegittimo dal punto di vista tecnico, dopo sette mesi dal suo rilascio e a lavori in corso, è qualcosa che non si è mai visto e che determina una incertezza che rischia di allontanare dalla città chiunque voglia venire a investire.

Sono d’accordo con Berdini, è stata una vera imboscata ma agli interessi generali della città.

Il gioco delle Torri
(sulla pelle di Roma)

Come riportato dai giornali le Torri dell’EUR non si restaurano più e rischia di saltare il progetto di trasferire lì il quartier generale di TIM. Roma Capitale ha annullato il permesso di costruire rilasciato il 22 dicembre 2015 per il Restauro e il risanamento conservativo delle Torri dell’Eur (ex Ministero delle Finanze) perché invece dei presunti 24 milioni di euro di contributo straordinario la società ha dato solo un milione per la sistemazione di spazi pubblici nel Municipio IX.

I 24 milioni di euro, come scrivono però gli stessi dirigenti del Comune nella determina di annullamento, erano un contributo straordinario connesso al progetto di valorizzazione delle Torri, quello approvato nel 2009 durante l’amministrazione di Alemanno, che prevedeva la demolizione delle Torri e la costruzione di residenze di lusso (leggi in fondo al post). Il progetto autorizzato il 22 dicembre 2015, dopo sei mesi tra preistruttoria e istruttoria degli stessi uffici, è un progetto di Restauro e risanamento conservativo che restituisce le Torri da un punto di vista formale e funzionale alla loro destinazione originale, quella pensata e progettata dall’arch. Ligini, lo stesso che progettò il Velodromo (fatto saltare in aria durante Alemanno).
Tutte le altre verifiche tecniche cui è stato sottoposto il Permesso di costruire da parte di funzionari incaricati ne hanno confermato la totale correttezza e legittimità: è coerente con le previsioni di piano regolatore e con tutte le altre norme e ha ricevuto, nel dicembre 2015, il parere positivo della sovrintendenza capitolina. Non c’è cambio di destinazione d’uso e non c’è incremento di cubatura, si restaura quello che c’era.

La motivazione dell’annullamento quindi non è urbanistica ma solo quella del “mancato” contributo straordinario. Per Roma Capitale sembra che l’interesse pubblico da salvaguardare, o addirittura promuovere, è quello di incassare i 24 milioni di euro anche a costo di demolire e trasformare in residenza le Torri, e non invece il risanamento di una ferita con il restauro di uno degli immobili di pregio architettonico dell’EUR. Senza contare i benefici, economici e non solo, per tutta la città che verrebbero dalla realizzazione del nuovo quartiere generale della più importante azienda di Telecomunicazioni del Paese. Un investimento di circa 120 milioni di euro, quasi 3.500 addetti che tornano a popolare l’Eur e ne rafforzano la vocazione originaria di quartiere per uffici, rimuovendo il degrado che lo attanaglia ormai da anni.

O i 24 milioni di euro con annessa valorizzazione residenziale, quella si speculazione vera, o Beirut! Noi la pensavamo in modo differente e continuiamo a pensare che è il modo giusto. Da anni è anche quello che chiedono i cittadini dell’Eur.
Forse il gioco delle Torri è più grande e anche Telecom, con il nuovo management, sta giocando una sua partita sulla pelle della città. C’è da augurarsi che Telecom non lasci cadere questo progetto (che faccia valere le sue ragioni contro l’annullamento) e Roma non può perdere questa opportunità (che la sindaca dia un segno), è l’ultima grande aziende che ha sede a Roma e che oggi è sparsa in tante sedi, vogliamo perdere anche questa?

Una vicenda cominciata nel Marzo 2016, con preannunci di indagini sui giornali e con l’avvio da parte degli uffici della procedura di verifica in autotutela del Permesso di costruire e conclusasi, per il momento, a fine luglio in questo modo.

Una vicenda sintomatica del triste destino di una Capitale che ha smarrito il senso delle cose che fa, che si sta avvinghiando nella sua stessa crisi, senza il coraggio di fare le cose giuste, soggiogata com’è dal gioco dei poteri di veto di chi fin dall’inizio ha avversato per mero interesse personale questa operazione. Chi viene a investire a Roma in queste condizioni di incertezza? Non è anche così che si impoverisce la città?

Non è un destino inevitabile. C’è una città che vuole essere libera dai poteri di veto, che vuole una città normale, che rivendica valori differenti, che contrasta la demagogia, che sa dire di si invece che no.

Per chi avesse voglia di approfondire di seguito gli estratti dalla determina di annullamento del 29 luglio 2016 e dall’atto d’obbligo del 2009:

Determina
“ di annullare d’ufficio, in via di autotutela, […] il Permesso di costruire n.347 del 22 dicembre 2015 “sussistendo le ragioni di interesse pubblico, in quanto lo stesso Permesso inficia le previsioni del Protocollo di intesa tra MEF e Roma Capitale […] con particolare riferimento alla corresponsione nelle previste tre tranche, del contributo di valorizzazione. Tale contributo, in particolare stimato pari ad euro 24 milioni di euro, è legato alla demolizione dei fabbricati esistenti e ricostruzione del complesso immobiliare in oggetto ed è espressamente previsto dall’Atto d’obbligo assunto dalla Società Alfiere spa […] in data 22 dicembre 2009 […] da destinarsi ad opere per il quartiere Eur e alle infrastrutture afferenti.”

L’Atto d’obbligo del 2009 che prevede il versamento come contributo della valorizzazione immobiliare è quello sottoscritto durante l’Amministrazione Alemanno e legato al progetto di trasformazione delle Torri in residenze secondo il progetto di Renzo Piano, infatti nell’atto si legge, alla pag.3:
– che quindi la società Alfiere spa presentava al Comune di Roma un progetto, redatto dallo studio RPBW – Renzo Piano Building Workshop, che prevedeva la demolizione del complesso edilizio di viale Europa n.242 costituito dalla Torri già del Ministero delle Finanze, e la costruzione di un nuovo edificio di grande qualità architettonica che prevedeva un mix di funzioni, ovvero terziarie direzionali, spazi commerciali e, in prevalenza residenziali […].
e a pag. 7:
– che, a seguito dell’analisi svolta dagli uffici competenti risultano dovuti al Comune gli oneri relativi al costo di costruzione, gli oneri di urbanizzazione primaria sulla quota residenziale, non residenziale commerciale e non residenziale direzionale […] – che per la determinazione del contributo straordinario dovuto dalla comparente […] ha fissato il contributo straordinario totale dovuto nella misura di euro 24 milioni da corrispondere in quattro rate […]

Cosa c’entra tutto questo con il Progetto di restauro e di risanamento conservativo delle Torri che vengono riportate alla loro destinazione originale, uffici? Senza alcun cambio di destinazione d’uso e senza incremento di cubatura?

Ancora sulla ex Fiera

Intervengo ancora in questa vicenda non perché mi interessa difendere a ogni costo quello che ho fatto, so benissimo che l’attuale amministrazione ha altri orientamenti e cancellerà ogni cosa, lo ha anticipato, scritto e detto in ogni modo.

Mi interessa salvaguardare un interesse superiore, quello di come si costruiscono le scelte urbanistiche in una città come Roma, oggi. Quale visione di città si persegue. Con quale complessità ci si confronta e quali sono i criteri di qualità che si pensa di perseguire.

Mi domando se il solo dato quantitativo o una riduzione a prescindere delle cubature (su un’area per altro di proprietà di una società partecipata dal Comune e dalla Regione), debba costituire il criterio unico di riferimento. Per alcuni fissare un indice di edificabilità basso vuol dire già assicurarsi qualità e vivibilità, secondo me invece non è detto e non è scontato. Così come una maggiore densità edilizia non significa necessariamente una minore qualità o vivibilità dell’intervento.
La densità di abitanti del quartiere de La Garbatella è decisamente superiore a quella di un quartiere come Corviale, eppure nessuno ha molti dubbi sulla qualità dell’uno o dell’altro quartiere, e questo perché altri fattori qualitativi entrano in gioco con le scelte progettuali.

Come si fa allora a ridurre alla banalizzazione della quantità e degli indici, purché siano bassi, il discorso sulla trasformazione della città?
Non è forse questo uno dei motivi della devastazione del territorio di Roma, tanti interventi a bassissima densità? Non è questa impostazione, voluta nel tempo da assessori e tecnici e ben accolta dai proprietari dei terreni, che ha portato ad avere quartieri con una densità così bassa che nessuna metropolitana, neanche di superficie, potrà mai rincorrerli? A Londra o a Parigi il dibattito è proprio su questo tema, come assicurare interventi ad alta densità e contemporaneamente la qualità urbana e la vivibilità. E i loro parametri sono ben più alti di quelli di cui qui si discetta. Siamo sicuri che a Roma non dovremo ragionare anche noi su questo?

Quando si vuole fare rigenerazione urbana, trasformare la città esistente, come nel caso dell’area della ex fiera, si deve ancora lavorare con gli strumenti dell’urbanistica parametrica, quella dell’espansione e del consumo di suolo? Ancora solo e soltanto con le quantità e con gli indici? O piuttosto questi sono strumenti ormai obsoleti che appartengono all’Urbanistica del Novecento? Non è il momento di entrare nel XXI secolo anche a Roma?

La questione centrale è che non si dovrebbero fare scelte improntate alla demagogia banalizzando questioni complesse di qualità urbana che sono dirimenti oggi e per il futuro della nostra città. Per questo nella trasformazione della ex fiera la questione del dimensionamento l’avevamo fondata sulla sostenibilità degli spazi pubblici e il carico urbanistico che se ne ricavava era quello coerente con la quantità di attrezzature che si realizzavano. Da qui in poi il ragionamento non poteva che entrare nel merito del progetto e per questo la trasformazione l’abbiamo vincolata al concorso di architettura per la redazione di un master plan unitario. Un concorso basato sulle linee guida costruite insieme agli abitanti in modo che il progetto si facesse carico di una risposta qualitativa alle reali esigenze poste da chi abita e vive la città intorno.

Dalle dichiarazioni dell’assessore Berdini si capisce invece che farà quello che chiedeva l’ex presidente Catarci e proporrà una riduzione dell’edificazione a 44.360 mq, la superficie edificata esistente, l’equivalente della superficie dei capannoni della ex fiera oggi. Perché questo dato dovrebbe essere garanzia di una maggiore qualità dell’intervento?

Ha tutto il potere e la possibilità di farlo. Non è questo il punto. Si tratta di una scelta politica del tutto legittima e come tale la motivi, senza ricorrere ai mezzucci del “mostro” della delibera precedente o alle falsità dell’aumento di cubatura che avremmo deciso nella precedente amministrazione.
Le scelte politiche sono tutte legittime, l’onestà intellettuale invece non si compra un tanto al chilo.

Ex Fiera

Berdini si fa commissariare dal prefetto e mostra di non conoscere la delibera.

La delibera sulla ex fiera approvata in giunta nel 2014 e in Assemblea Capitolina un anno dopo, nel Luglio del 2015, prevede una cubatura di 216 mila metri cubi, oggi l’area è edificata per 272.316 metri cubi, taglia pertanto circa 60 mila metri cubi rispetto alla situazione attuale.
L’edificazione prevista, infatti, non fu misurata sulle esigenze finanziarie della proprietà, né con riferimento alla consistenza attuale, ma sulla sola sostenibilità urbanistica degli spazi pubblici. Infatti dei 7,3 ha del vecchio comprensorio della fiera, circa 3,2 saranno destinati a servizi pubblici di quartiere, tutti quelli che servono al nuovo intervento. La quantità di edificato è molto al di sotto di tutte le proposte di delibere precedenti, 67.500 mq contro i 91.300 di Alemanno e gli 86.000 di Veltroni, ed è vincolata alla realizzazione di un adeguato sistema di accessibilità pubblica su ferro e a un documento di indirizzi per il concorso di progettazione urbana da predisporre coinvolgendo i cittadini. Lì dove c’è la vecchia fiera e insistono edifici non più utili e cadenti, lì dove è sempre esistito un muro continuo che costeggia la Cristoforo Colombo, interrompendo la continuità del verde pubblico ai margini della strada, la delibera consente di avviare un importante progetto di rigenerazione urbana.

Non si capisce quindi a quale “mostro”, a quale “incremento di cubatura” si riferisca l’assessore nelle sue dichiarazioni fatte oggi in Commissione urbanistica e riportate dall’Ansa. forse sono riferite alle delibere precedenti, quelle di Alemanno che prevedevano quasi 300 mila metri cubi, più delle cubature ora esistenti.

Invito Berdini a una maggiore esattezza e accortezza e ad evitare valutazioni demagogiche operate anche in modo maldestro, senza alcun fondamento, senza neanche leggere le carte. Ci sta a cuore Roma, la serietà di giudizio e di valutazione è un requisito importante in un momento difficile per la città. Anche per questo si poteva e si doveva evitare che il comune venisse commissariato dal TAR nella persona del Prefetto per dare seguito alla delibera sulla ex fiera e rispondere alle sole due osservazioni ricevute (sono necessarie solo poche ore di lavoro!).

Su una cosa invece sono d’accordo con le parole dell’assessore Berdini, che non si fanno delibere urbanistiche per sanare i debiti di una società, e riprendo qui quanto ho dichiarato alla stampa in occasione dell’approvazione della delibera, l’11 Luglio del 2015: “Come ho avuto modo di dire e di ribadire durante il percorso che ha portato alla proposta di delibera di trasformazione urbanistica della ex Fiera, approvata in giunta a luglio del 2014, un anno fa, le aziende si salvano e si ristrutturano con piani industriali seri, capaci di saper cogliere le opportunità del mercato e di corrispondere agli interessi più generali dello sviluppo economico della città. Questo è quello che serve prioritariamente alla società che attualmente gestisce la fiera nuova: un rinnovato e credibile piano industriale.”